Per decenni l'America Latina è stata il laboratorio sperimentale della sinistra mondiale: dalle rivoluzioni armate sul modello cubano castrista al "socialismo del XXI secolo" di Hugo Chávez, fino all'ultima ondata progressista guidata da Lula, Petro, Boric e López Obrador. Oggi quella narrativa è crollata e se il 21 giugno Abelardo de la Espriella conquisterà la presidenza in Colombia e domenica il Perù confermerà la svolta conservatrice del primo turno, con la vittoria di Keiko Fujimori, il continente si ritroverà a maggioranza netta di governi di destra. Un ribaltamento storico che fino a pochi anni fa sembrava impossibile e che rappresenta uno dei cambiamenti geopolitici più profondi dalla fine della Guerra Fredda.
Il panorama attuale parla già chiaro. L'Argentina di Javier Milei è diventata il simbolo di una nuova destra senza complessi. In Paraguay comanda una coalizione conservatrice solida. In Ecuador Daniel Noboa ha sconfitto il correismo puntando tutto sulla guerra al narcotraffico. In Bolivia il Movimento al Socialismo è in crisi profonda ed il suo simbolo, Evo Morales, rischia l'arresto. In Cile Gabriel Boric ha chiuso il suo mandato con un consenso a picco sostituito dal conservatore José Antonio Kast.
Ma è in America Centrale e nei Caraibi che la svolta è ancora più evidente. El Salvador è saldamente in mano a Nayib Bukele, il leader più popolare delle Americhe. Panama, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Guyana, Giamaica, parte degli Stati caraibici sono governati da amministrazioni moderate o apertamente conservatrici e perfino in Honduras la sicurezza ha portato la destra al potere.
Il dato più significativo non è però elettorale ma culturale. Per la prima volta da generazioni, la priorità degli elettori latinoamericani non è infatti più la redistribuzione della ricchezza ma la sicurezza. Narcotraffico, criminalità organizzata, gang e migrazioni incontrollate hanno cambiato tutto e, dall'Argentina alla Colombia, gli elettori chiedono ordine, frontiere controllate e lotta contro il crimine.
Su questo terreno una parte significativa della sinistra latinoamericana appare aver perso contatto con le priorità dell'elettorato. La favola della "marea rosa" si è infranta contro una crescita economica anemica, un'inflazione elevata, un deterioramento della sicurezza e istituzioni sempre più delegittimate da scandali e corruzione. I vincitori di oggi sono quelli che promettono meno ideologia e più risultati e questa svolta assume un peso strategico enorme con il ritorno di Donald Trump e con la Casa Bianca che ha riposizionato l'emisfero occidentale al centro delle sue priorità.
Un'eventuale vittoria di De la Espriella in Colombia e di Keiko Fujimori in Perù offrirebbero a Trump un continente più allineato sulle sue battaglie. Non governi-satellite ma leadership pragmatiche che condividono lo stesso nemico, ovvero narcos e crimine.
Certo, l'America Latina resta imprevedibile ma se Bogotà e Lima dovessero confermare la tendenza, per la prima volta dall'inizio del Terzo millennio la destra non sarebbe più l'eccezione del continente ma diventerebbe la sua nuova normalità.