Dalle bare al tricolore: la rinascita dopo il Covid

Il rigore parato è stato liberatorio come l'urlo di Tardelli. Così l'Italia è risorta e può continuare a sognare il futuro

Dalle bare al tricolore: la rinascita dopo il Covid

Quando Gigio Donnarumma para l'ultimo rigore non si rende conto di aver vinto. Non alza le braccia al cielo, non fa una smorfia, ma sta lì per qualche attimo interdetto, ancora in attesa di qualcosa di bello che deve arrivare. Non ci crede, come se davvero i rigori non dovessero finire mai. È in quella pausa il senso delle storia che stiamo vivendo. Non lo sai cosa sarà domani. Non ti vuoi illudere, però prendi fiato, ti isoli per un momento da tutto quello che ti ruota intorno e poi ti abbandoni alla giostra di abbracci, di bandiere, di canti, di clacson, di gente che ha solo voglia di recuperare quel metro di distanza che li separa dagli altri e sprofondare nel carne a carne di una notte d'estate.

L'incredulità di Donnarumma è il silenzio che precede l'urlo e serve come detonatore per spazzare via tutto quello che ti sei lasciato alle spalle. È il silenzio che respira il dolore e poi sfoga rabbia, tensione, paura, impotenza e una partitura di sentimenti a cui si fa fatica a dare un nome. Il più ricorrente è probabilmente l'angoscia. È un malessere sottile che si insinua nei pori della pelle e ti avvelena lentamente giorno dopo giorno. Il silenzio e poi l'urlo servono a liberarsi dall'angoscia. È un punto di rottura e speri non assomigli a una beffa, ma si porti via il rosario di varianti, quella inglese e poi indiana, l'alfa, la delta, fino all'omega, con i nomi in alfabeto greco per non dare giustamente colpe a nessuno, sapendo che comunque il virus se ne frega della geografia e punta soltanto a sopravvivere, con qualsiasi nome e al di là di ogni battesimo. La speranza è che questo urlo che si diffonde di piazza in piazza sia qualcosa da ricordare, come una rinascita. Niente più rigori.

L'undici luglio porta bene all'Italia. È lo stesso giorno del Mundial 82. L'urlo, senza pausa, senza incertezze, fu quello di Tardelli. Dicono che segnò la svolta. Addio anni di piombo. Queste sono cose che si scoprono solo dopo, a ritroso. Non sono passate neppure quarantotto ore dai caroselli di un Europeo vinto. Adesso restano le immagini di una festa consumata in ogni angolo di una penisola che appare sulla carta geografica sempre più grande del reale. Le auto ieri correvano avanti e indietro anche lungo via Borgo Palazzo a Bergamo. È la strada dove a marzo del 2020 sfilavano i carri militari carichi di bare. Quel giorno gli italiani si accorsero che il Sars Cov 2 non era una leggenda. Quei morti disegnarono una consapevolezza.

Non li dimentichi con l'ultimo rigore parato. Nulla può cancellarli. Bisogna convivere con il virus. Il vaccino ti permette di contenerlo e, soprattutto, di tornare a immaginare un futuro. La ripartenza è anche un aspetto psicologico. Non si ricomincia se l'unica formula per sopravvivere è rassegnarsi all'ineluttabile. Ci sono stati giorni in cui l'unica strategia era restare immobili, come morti tra i morti. Come a non farci vedere, numeri di un protocollo che non prevedeva altro domani se non quello di evitarlo. Il domani sarà peggiore. È così che ci siamo strappati dal petto anche il desiderio di sognare.

Non si sa perché Roberto Mancini si sia intestardito a immaginare qualcosa che era fuori dagli orizzonti, andandosi a riprendere un sogno perduto nel suo passato da calciatore. Lo ha fatto e ha regalato all'Italia un segno. I segni sembrano inutili, qualcosa a cui ti aggrappi in modo irrazionale, come una scaramanzia. Cosa ha a che fare una vittoria sportiva con il destino di un popolo? Non è soldi, non è lavoro, non è politica. È, infatti, una predisposizione d'animo. Ti dice che si può fare anche se sembra impossibile. Ti dice che si può tentare, con un'idea di squadra e senza stelle luminose. Ti dice che puoi anche stupire gli scettici. Ti dice che puoi inventarti qualcosa di nuovo e aggrapparti, se è il caso, al tuo carattere antico. Ti dice che serve anche fortuna. L'ultimo rigore parato.

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