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La disfatta in manette del dittatore Maduro (arrestato con la moglie)

Finisce l'era del caudillo di Caracas. I due giunti ieri a New York e trasferiti nel carcere di Brooklyn

La disfatta in manette del dittatore Maduro (arrestato con la moglie)
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Chissà se a Nicolas Maduro, bendato e ammanettato a bordo della USS Iwo Jima e atterrato ieri sera in una base militare nei pressi di New York per essere trasferito con la moglie Cilia Flores nel carcere di Brooklyn, è tornato in mente quel primo arresto subito da parte delle autorità americane. Era il 2006, quando l'allora ministro degli Esteri di Caracas venne arrestato (per 90 minuti) al Jfk di New York, mentre tentava di fare ritorno in Venezuela. Il motivo non fu mai chiaro. Ma il giorno prima, Hugo Chavez, parlando davanti all'Assemblea generale dell'Onu (che si riunirà domani in via emergenziale), aveva definito l'allora presidente usa George W. Bush "il diavolo". All'epoca, gli fece da scudo il passaporto diplomatico. Stavolta, non gli sono bastati gli apparati di sicurezza di un'intera nazione, costruiti e foraggiati negli anni a difesa del regime e dei suoi interessi personali. Se è vero, come ha riferito Trump nella conferenza stampa a Mar-a-Lago, che la vicepresidente Delcy Rodriguez ha già assicurato a Marco Rubio che, "faremo tutto quello che volete", il Socialismo in salsa venezuelana avrebbe veramente le ore contate.

Eppure, anche all'epoca, la Revolucion Bolivariana sembrava incapace di poter sopravvivere al suo fondatore, Chavez, che affidò proprio a lui, Maduro, magari non il più brillante dei funzionari, ma certo il più fedele, il futuro del "Chavismo". Ex autista di autobus a Caracas, ex sindacalista, Maduro legò fin dall'inizio le sue sorti politiche e personali al futuro caudillo. Fece campagna per la sua liberazione, quando Chavez venne incarcerato per il tentato golpe del 1992 contro l'allora presidente Carlos Andres Perez. Dopo la scarcerazione, Maduro aiutò Chavez a fondare il Movimento Quinta Repubblica, precursore del Partito Socialista Unito del Venezuela. La fedeltà venne ricompensata, di pari passo con l'ascesa e la presa del potere da parte di Chavez. Un "cursus honorum" che lo portò da membro dell'Assemblea costituente (1999), su su fino a vicepresidente e successore designato di Chavez (dicembre 2012). Poi la prima elezione, vinta per soli 2 punti percentuali - e ovviamente contestata - nell'aprile del 2013.

Da allora, altre elezioni contestate, la delegittimazione crescente della comunità internazionale, l'avvitamento del Paese in una spirale simile a quella di tante altre dittature viste a quelle latitudini: crisi economica, inflazione a tre cifre, corruzione, emigrazione di massa. Questo, nonostante l'immensa ricchezza, il petrolio, che Maduro era ormai costretto a contrabbandare con una flotta di petroliere fantasma, perlopiù dirette in Cina. E poi, il narcotraffico: accuse che vennero depositate per la prima volta al tribunale federale di Manhattan 15 anni fa contro esponenti del regime e ora aggiornate con la designazione di Maduro come capo del "Cartel de los Soles". A Maduro, che "non è il presidente legittimo del Venezuela", sono state fatte "molte offerte generose per evitare questa situazione", ha detto Marco Rubio dopo la cattura. E forse, il dittatore venezuelano all'ultimo ha tentato di trattare con Washington, offrendo un "dialogo serio" sulla lotta al narcotraffico e gli investimenti petroliferi. Troppo tardi.

L'operazione "Absolute Resolve" era in preparazione "da mesi", come ha spiegato il capo degli Stati Maggiori Riuniti Usa, il generale Dan Caine. Forse, a Caracas non hanno prestato l'attenzione dovuta alla ricorrente retorica trumpiana.

Maduro e il regime chavista negli anni si erano avvicinati troppo agli "avversari" degli Stati Uniti - Cina, Russia, Iran - e, a differenza di Cuba e di altri dittatorelli regionali, sedevano su immense risorse petrolifere che, parole di Trump, gli Usa "non possono essere controllate da altri".

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