L'acqua non è un ambiente adatto all'uomo, e neppure l'alta quota delle montagne lo è, e forse, da principio, nessun luogo lo era: forse era meglio non scendere dagli alberi, meglio non uscire dalle caverne, meglio non spingersi ad abbandonare i tropici per sfidare la Siberia a 22 gradi sotto zero, e poi però, 15-20mila anni fa, colonizzare le americhe: siamo gli unici animali fatti così. L'abbiamo presa un po' larga, e dovremmo parlare solo dei subacquei morti alle Maldive con la scusa che lo scrivente in effetti ha tre brevetti da sub e, alle Maldive, c'è stato 13 volte, immergendosi chissà quante.
Le Maldive, peraltro, non sono un luogo pericoloso per il diving: il meglio (la barriera corallina) è tra i 5 e i venticinque metri. La tragedia dell'atollo di Vaavu infatti è un'anomalia: grotta, 50 o 60 metri, ambiente chiuso, immersione profonda, severa, con uscita non verticale e tempi stretti. Quando ci scappa il morto si tende a pensare "sarà finita l'aria", ma significa poco, è come dire "trauma cranico" per una caduta dal terrazzo, bisogna vedere come sia andata. Un'immersione fatale ha come causa finale sempre "annegamento", ma non spiega se sia finito l'ossigeno, se tizio si sia perso, se abbia avuto un malore, se sia risalito male o sia andato nel panico. Nel caso, si sa meno di quanto si dica: la combinazione prevalente è grotta, perdita di orientamento, fango, panico, uscita non trovata e fine dell'ossigeno; è quanto meglio unisce ciò che sappiamo. Basta una nube di sedimento, una sala scambiata per un'altra, un passaggio non riconosciuto. Ma forse, prima, bisogna spiegare altre cose forse date per scontate: che anzitutto e spesso, per esempio, a morire sono i più bravi, sono gli istruttori, i professionisti; questo per un banale fatto statistico che li vede immergersi molto spesso o, talvolta, in caso d'incidente altrui, tornare a farlo quando il loro organismo non glielo permetterebbe, contro ogni procedura. Per questo leggiamo spesso di incidenti di "esperti" paracadutisti, guide alpine o speleologi navigati.
In secondo luogo: l'ossigeno, mischiato ad azoto, più si scende in basso e più si consuma rapidamente, e in grotta non basta averne per risalire, occorre prima uscire. La terza variante è il panico, che però non significa debolezza psicologica, ma anche legittima ansia, preoccupazione, un acceleratore fisico che fa respirare peggio e consumare di più, oltre a far perdere l'assetto, pinneggiare male e comunicare peggio, magari alzare fango, cercare una fuga istintiva. Basta poco per non trovare l'uscita. La narcosi da azoto, come ipotesi, piace molto ai nostri media, perché è evocativa: ma resta improbabile, soprattutto per cinque persone abituate, è un'intossicazione che può capitare perché l'azoto agisce sul sistema nervoso e altera la lucidità, non manca l'aria, si appanna il cervello.
Scendere da 30 a 60 metri, va detto, non è un banale raddoppio, è come passare da un'escursione a una salita alpinistica autentica. Non significa "un po' più giù": chi scrive è stato a meno 60 metri un pugno di volte (al massimo per un minuto) e la memoria torna a quel mondo in blu e nero, a uno stordimento leggero, all'eterna risalita con tante pause di cosiddetta decompressione. Me la sono vista brutta almeno due o tre volte, in vari modi. Se mi fossi immerso dieci volte tanto, forse, me la sarei vista bruttissima. Legge dei numeri.
Altre ipotesi di cui abbiamo letto, tornando ai cinque italiani, non si possono escludere: gas contaminato, miscela sbagliata, monossido di carbonio, anidride carbonica, tutto possibile, ma improbabile anche per la serietà degli organizzatori. Purtroppo, per spiegare cinque morti dentro una stessa grotta, basta molto meno. A lambire i dati sulle cause di morte più comuni, i sub italiani, non ci sono neppure arrivati: risalite d'emergenza, cattive decompressioni, sovradistensioni polmonari.
Se un sub risale trattenendo il respiro, l'aria nei polmoni si espande e può lesionare i tessuti: è la prima cosa che ti insegnano al corso "Open Water", primo brevetto che, in teoria, non permette di scendere sotto i dodici metri.
Lo scrivente, con solo il brevetto successivo, "advanced", scese a 60. Lo fanno in molti. Un'altra volta mi persi nelle tenebre, durante un'immersione notturna, perché mi si ruppe la torcia. Errare è umano. Morire anche.