Il quarto giorno il potere ha nascosto le parole. È un silenzio d'inquietudine, quella degli ayatollah e quella di chi aspetta le loro mosse. La rete in Iran ha sempre avuto il sapore di un gioco letale. Una porta che il regime apre e chiude quando gli pare, un tubo dell'ossigeno per la libertà che può essere schiacciato con un dito. Adesso però sta accadendo qualcosa di stonato, quasi incredibile: sui social circolano video generati con l'intelligenza artificiale che raccontano la caduta del potere teocratico. E Teheran, per una volta, non ha spento l'interruttore. Forse qualcuno si è distratto. O forse capiscono perfettamente il trucco: se il futuro non esiste, è inutile censurarlo. Ogni dittatura ha una crepa invisibile che la consuma dall'interno: la perdita del monopolio dell'immaginario. Finché la gente non riesce a immaginare un dopo, tutto resta immobile. Ma se inizi a vedere la fine, anche solo in un video di tre minuti, la realtà si incrina. Le donne che hanno bruciato il velo per Mahsa Amini non stanno aspettando istruzioni da un software. Sono loro che insegnano alle macchine cosa significa disobbedire. Questi video sono l'anteprima di un'epoca che non c'è ancora. Nessuno sa se arriverà davvero. Il regime potrebbe crescere ancora più feroce, rigare dritto verso il medioevo. O potrebbe ritrovarsi domani con la piazza sotto casa, non quella simulata, ma quella vera, che non puoi mettere in pausa.
Il presente è un incendio che brucia nel silenzio delle stanze universitarie, negli occhi delle ragazze trascinate via nella notte, nella paura dei padri che non sanno più come proteggere le figlie e nella rabbia di un Paese che ha smesso di inginocchiarsi. Le immagini arrivano filtrate dai social, raccolte dalle voci che rischiano la vita pur di farsi sentire. I pasdaran fanno irruzione nei dormitori femminili, portano via le studentesse, le caricano sui furgoni bianchi senza numero di targa. Ogni porta sfondata è una sentenza che dice: la Repubblica islamica ha paura. Questa non è un'altra manifestazione contro il carovita. È molto di più. È un popolo che chiama per nome il proprio tiranno e ne chiede la fine. "Morte al dittatore" non è più uno slogan clandestino sussurrato da pochi. È grido pubblico, è coro di migliaia che non vogliono vivere con il capo chino. L'Iran è arrivato al punto in cui le rivolte non si spengono più con la repressione. Le botte, le pallottole, i lacrimogeni hanno perso il potere di terrorizzare. L'ayatollah Khamenei non appare da settimane. Ha 86 anni e il futuro gli scivola dalle mani come sabbia. Le donne davanti a tutti. Come nel 2022, come dopo la morte di Mahsa Amini, le donne guidano l'insurrezione. I video sono un catalogo di coraggio: ragazze che si oppongono agli arresti, giovani uomini che le difendono circondando gli agenti, studenti che non arretrano nemmeno quando arrivano le armi. È la generazione che non ha più nulla da perdere. O vivono liberi o non vivono affatto. Tutto questo avviene con i bazar serrati e i commercianti che scendono in piazza. Il rial, sprofondato a valori irriconoscibili, dice che il sistema si è rotto. L'inganno si vede anche nel cambio della monete. Un dollaro ufficialmente vale 42mila rial iraniani, ma nella realtà viene scambiato a un milione e mezzo di rial. A inizio dicembre erano ancora 800mila. È tutto finto, assurdo. Il lavoro non basta per vivere. Le famiglie che producevano ricchezza ora cercano una via di sopravvivenza e quando il denaro si sbriciola, cade anche la paura. Dove inizia la fine? Questa è una rivolta senza élite, senza un partito guida, senza eroi designati. La guida è collettiva. Le piazze si accendono spontanee, dai quartieri più poveri alle grandi città. A Esfahan, a Teheran, a Yazd, ad Arak, a Hamadan, ovunque si sente la stessa idea di futuro: abbattere la Repubblica islamica. Le parole sono inequivocabili. Ritornano i nomi proibiti: Reza Pahlavi, il principe in esilio. Una parte del popolo, dopo quarant'anni di oscurità, guarda alla monarchia come alternativa. Non perché nella storia del potere vi siano santi, ma perché a volte la memoria è migliore del presente. Il regime risponde come sa: bugie, accuse ai nemici esterni, la solita teoria del complotto. Gli Stati Uniti, Israele, l'Occidente, la stampa internazionale, i satelliti e i demoni. Tutto è colpa loro. Mai una volta che la teocrazia ammetta la propria responsabilità nel deserto che ha creato. Per questo finge dialogo, annuncia concessioni, promette di ascoltare le critiche. Ma intanto manda gli uomini armati nei dormitori. Il doppio linguaggio è la cifra di una leadership alle corde. Torna allora a quella scena che non fa dormire. I miliziani che sfondano le porte. Le urla. Le mani che afferrano i capelli. I volti terrorizzati delle giovani trascinate via a forza. Questo è il volto vero del regime. Non è una battaglia ideologica. È una questione di diritti umani fondamentali: il corpo, la voce, la libertà. In Iran le donne sono cittadine di seconda classe per legge. Il mondo dovrà scegliere da che parte stare.
Non con le potenze, non con gli Stati, ma con le persone, con quella ragazza che si rifiuta di coprire i capelli, con quel ragazzo che filma l'irruzione invece di scappare, con la folla che libera un compagno dalle mani dei militari, con una generazione che vuole respirare. A volte la storia avanza a piccoli passi, scalzi e senza velo.