Draghi affida il dossier Cav a Cartabia: lo affronteremo al momento opportuno

L'Europa ha dato 4 mesi di tempo al governo per rispondere alle anomali giudiziarie segnalate da Berlusconi. "Non mi farò distrarre"

Draghi affida il dossier Cav a Cartabia: lo affronteremo al momento opportuno

Sì vabbè, ci mancava solo questa. Non bastavano il pressing europeo sulle riforme, le baruffe nella maggioranza e i tira e molla sulle aperture. Per non parlare della difficoltà complessiva del mandato ricevuto dal Quirinale: salvare l'Italia dal disastro. Ora, a complicare il quadro ci si è messo pure il pronunciamento della Corte europea dei diritti dell'uomo, che ha chiesto ufficialmente alle nostre autorità se «Silvio Berlusconi ha avuto un processo equo». La sentenza del 2013 contro il Cavaliere è sotto la lente e Palazzo Chigi dovrà rispondere entro il 15 settembre. Dunque il caso B torna al centro della scena e, si presume, avrà un forte impatto politico, mediatico ed emotivo proprio sulla riforma più divisiva e impegnativa, quella che secondo Matteo Salvini la coalizione non riuscirà a completare. Mario Draghi però non si scompone nemmeno stavolta. Il premier, raccontano, «tira dritto» verso l'obbiettivo. Anzi, «accelera sul programma», tenendosi finché può ben lontano dalla bolgia infernale dei partiti. «Non mi farò distrarre».

Calma e determinazione, ecco il mantra di SuperMario per farsi scivolare addosso problemi che incepperebbero qualunque esecutivo: le forze politiche litighino pure, piantino tutte le bandierine che vogliono, io intanto penso ai vaccini e al Recovery Fund. L'agenda lo aiuta: la Corte europea ci ha dato quattro mesi di tempo, mentre le leggi delega sui processi e sul Csm sono previste verso la fine dell'anno. La questione del Cav verrà quindi affrontata al momento opportuno. Dal presidente del Consiglio forse non verrà affrontata mai, visto che la pratica verrà gestita da Marta Cartabia e i tecnici di via Arenula.

Questa è la linea. Ma insomma, anche a Palazzo Chigi ci si rende conto della portata della vicenda e dei possibili ricaschi. Della serie, non ci facciamo mancare mai nulla. Adesso però Draghi è concentrato sul programma. Le cose da fare non mancano: una su tutte, ottenere i duecento miliardi da Bruxelles per la ricostruzione dal Covid e preparare il Paese a spendere bene tutti quei soldi. In sostanza, si tratta della stessa reazione che il premier ha avuto di fronte alle polemiche sul coprifuoco, agli strappi di Salvini e alle mine piazzate da Letta. Cioè, indifferenza assoluta. «Le riforme sono indispensabili», spiega Mara Carfagna, Forza Italia, ministra per il Sud, molto apprezzata da Draghi. «Gli scontri nella maggioranza - prevede - non metteranno in pericolo la tenuta del governo perché nessuno avrà il coraggio di farlo cadere». Infatti, chi avrà la forza di mettere a rischio i miliardi del Recovery? Chi avrà la presunzione di guidare, dopo, uno Stato fallito?

Il premier quindi, superata la tappa dei tre mesi dall'insediamento, «non si cura» delle liti. Non ne ha il tempo, il programma è fittissimo, incalzante. Dopo il nuovo decreto sulle riaperture, entro la fine di maggio devono vedere luce le prime due riforme - sono una cinquantina in tutto - che riguardano il Pnrr, ossia il sistema di governance e le semplificazioni amministrative per sforbiciare la burocrazia e ammodernare la pubblica amministrazione. Poi tra giugno e luglio toccherà alla concorrenza e alla legge delega sul fisco, con il riordino dell'Irpef, mentre a settembre dovranno essere varati un'altra decina di provvedimenti che accompagnano il piano di rinascita. Di giustizia si parlerà dopo l'estate: stando al calendario, i nuovi processi civile e penale dovrebbero essere approvati dalle Camere entro il 2021, se si troverà un accordo. L'anno prossimo sarà la volta del Csm.

Una fretta scandita dall'urgenza di cambiare il Paese, approfittando dell'occasione storica dei fondi Ue. Ma bisogna sbrigarsi anche perché la Commissione stanzierà i miliardi un po' per volta, a secondo dei passi avanti dell'Italia. Draghi ha approntato dei gruppi di lavoro coinvolgendo diversi ministri, uno «sforzo di coordinamento» insolito alle nostre latitudini. Niente riforme, niente soldi: chissà, si chiedono a Palazzo Chigi, se il concetto è chiaro pure ai partiti.

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