La distanza in linea d'aria fra due volti deformi della vergogna è di 7.349 km. È lo spazio che separa Minneapolis da Torino, l'orrore di uno Stato che uccide gli inermi da quello inerme di fronte a chi cerca di uccidere. È uno spazio etico e politico, culturale e sociologico, che - tra le pallottole dell'Ice e i martelli dei centri sociali -, si riempie della stessa ipocrisia, che esala dalla medesima intolleranza: l'idea che certe vite valgano meno di altre, radice di ogni odio, razziale o religioso, etnico o di classe.
Le immagini degli omicidi di Renée Good e Alex Pretti, freddati dagli agenti durante le proteste negli Stati Uniti, hanno giustamente indignato la comunità internazionale, che questa America fatica a riconoscerla. Ma se è inaccettabile un uso della forza sproporzionato, minatorio e illiberale contro chi si oppone a Trump e alla sua stretta sull'immigrazione, lo è altrettanto la palude di ricatti morali per cui in Italia gli agenti vengono schierati in manifestazione a fare da bersagli, con il mandato di prenderle e basta, per evitare che alla prima reazione qualcuno gridi al regime.
A Minneapolis e a Torino l'oscenità è identica, perché identica è la perversione del senso di autorità: da un lato lo Stato sadico, dall'altro quello masochista. Quando il buonsenso dice che l'unico modello a cui tendere dovrebbe essere uno Stato che difenda i cittadini che rispettano la legge e gli agenti che la fanno rispettare, e usi legittimamente la forza contro chi gli dichiara guerra.
Dovrebbe essere un obiettivo bipartisan di civiltà, eppure è inutile nascondersi che non lo sia. Non lo era negli anni di Piombo e al G8 di Genova, non lo è oggi. Non compariranno spillette "No Askatasuna" sui revers delle giacche delle star sui red carpet e quel groppo di umana pietà e sgomento solidificatosi nella gola di chiunque abbia visto i 24 secondi del video del pestaggio contro il poliziotto si scioglierà in indifferenza. Perché purtroppo, così come esiste una parte di opinione pubblica che non alza un sopracciglio se l'Ice spara a bruciapelo, ne esiste un'altra - più corposa e nascosta dietro i lineamenti insospettabili dei sinceri democratici - che quasi esulta se uno "sbirro" (un padre di famiglia in divisa) viene massacrato.
Per le squadracce di Greg Bovino vale zero la vita di chi si oppone alle deportazioni dei clandestini; per gli angeli belli di casa nostra, vale zero la vita di chi rappresenta lo Stato. L'unica differenza è che l'ultima scena delle due tragedie ha ambientazioni diverse: la camera ardente a Minneapolis, la camera d'ospedale a Torino. Un po' poco, per sentirci migliori.