Ecco perché il referendum sarà la vera riforma della giustizia

Il testo Cartabia non affronta funzionamento del Csm e separazione delle carriere. La politica non potrà fuggire

Ecco perché il referendum sarà la vera riforma della giustizia

La battaglia politica sulla giustizia non si giocherà sulla riforma Cartabia. Giuseppe Conte non si sente abbastanza forte da contrastare Mario Draghi. Il compromesso sui reati di mafia in qualche modo c'è stato e questo serve a rassicurare gli ultimi elettori grillini sul «nulla è cambiato». È così che il disegno di legge, fondamentale per i progetti legati al Recovery Plan, è stato approvato senza sussulti alla Camera. Ci sono stati un po' di franchi tiratori, ma anche questo in fondo fa parte del gioco. Non era possibile ottenere di più. Lo conferma anche Alfonso Bonafede. «Nessun trionfalismo per i risultati raggiunti: non è questo il testo che avremmo voluto. Però, grazie al M5s guidato da Giuseppe Conte, e all'ascolto della ministra Marta Cartabia, abbiamo messo in sicurezza centinaia di migliaia di processi visto che, per tutti i reati, quindi compresi anche corruzione e reati ambientali, fino a dicembre 2024, sono stati raddoppiati i termini di durata massima dell'appello che può arrivare fino a 4 anni. Per i reati con l'aggravante mafiosa abbiamo triplicato il termine massimo a 6 anni».

L'aspetto semmai da registrare è l'imbarazzo del Pd su questi temi. Non se ne parla. Il partito di Enrico Letta si è nascosto e si muove sotto coperta, come se la durata dei processi fosse solo una questione per le riviste di diritto. Nulla che smuove le coscienze, roba tecnica da cui la sinistra tradizionale preferisce stare lontana. Solo qualcuno, di tanto in tanto, sussurra che aver rimediato alle scorribande della legge Bonafede riporta un po' di senso giuridico nei tribunali. Sono però cose da dire a bassa voce, perché per il Pd la giustizia resta terreno minato, da non calpestare. La parola d'ordine è comunque non far diventare il rapporto tra partiti e magistratura un'arena di scontro politico. È per questo che la grande paura del Pd si riassume in una parola: referendum.

È lì che diventa difficile nascondersi. La Lega e i Radicali hanno portato in piazza i temi chiave della giustizia: custodia cautelare, separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati, il divieto per giudici e pm di ricoprire cariche elettive e di governo, il funzionamento del Csm. Ci sono tutte le cose per cui per anni si è preferito glissare. Il referendum apre la discussione sulla vera riforma della giustizia. Basta ascoltare le dichiarazione dell'Anm. I magistrati parlano di inganno verso gli elettori, di quesiti poco chiari, di rischio democrazia. Il referendum, sostengono, è legittimo, ma ha il fragore di un'apocalisse. L'Anm esprime forte preoccupazione perfino sulla custodia cautelare, «presidio avanzato di tutela della sicurezza collettiva». È una strana forma di giustizia preventiva. Non si sa se l'imputato sia o meno colpevole, ma intanto per sicurezza lo sbatto in carcere. È come cancellare in un attimo la filosofia di Cesare Beccaria, il baluardo del diritto italiano e europeo.

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