L'Europa osserva il fronte in Iran con la cautela di chi non vuole scendere sul campo, ma con la pressione di chi sa che ogni barile di petrolio in meno nello Stretto di Hormuz è un punto di inflazione in più nelle case dei cittadini. A Bruxelles, i 27 leader si sono riuniti ieri (e continueranno oggi), non per discutere di tattiche militari, ma di sopravvivenza economica: perché se è vero che la guerra rimane geograficamente distante, i suoi effetti sui mercati energetici e sulla competitività industriale sono già qui.
Dai primi colloqui è risultata evidente una cosa: guardando al breve termine, non esiste un unico strumento miracoloso in grado di affrontare la sfida sui prezzi portata dalla guerra in Iran. La maggior parte dei governi nutre profondi dubbi sul fatto che l'Ue, i cui Stati membri hanno mix energetici molto diversi, possa realisticamente compensare l'impennata dei prezzi, ma non per questo bisogna rimanere immobili davanti alle fiammate energetiche. Secondo Friedrich Merz, questo è il momento giusto per "fare un grande passo in avanti". Rafforzare l'economia europea, capendo anche come muoversi sul fronte energetico, è una priorità. Può sembrare un momento complesso, ma "si tratta di affermare l'Europa in un mondo che si sta mostrando sempre più difficile e di fare in modo che possiamo tenere il passo", ha spiegato, sottolineando che le sfide riguardano anche "il nostro approvvigionamento energetico".
Ieri, uno dei temi centrali, chiaramente, è stato quello degli Ets (il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di gas a effetto serra). Nello specifico, negli ultimi giorni l'Italia ha chiesto di sospendere questo sistema perché, come sottolineato da Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica in Italia, "la natura dell'Ets è assimilabile a una tassa", ricordando come per l'Italia l'onere superi i 7 miliardi e, a causa dell'architettura stessa del sistema, "non sia riducibile". Punto sottolineato ieri anche dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che ha spiegato che "il conflitto non sarà veloce e l'unica risposta rapida è quella della sospensione dell'Ets". Trovare un punto comune su questa tematica non è stato semplice perché, sul fronte opposto, Pedro Sanchez tiene alto il muro green e il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato degli Ets come di un sistema che va "preservato", aprendo però uno spiraglio di luce parlando di "flessibilità", tradotta in possibili deroghe nazionali così da permettere a tutti i Paesi membri dell'Ue di affrontare l'attuale situazione di "crisi". "Credo che il cosiddetto meccanismo Ets ci permette di effettuare la transizione preservando la competitività, tuttavia, nel contesto attuale dobbiamo trovare delle flessibilità, che ci permettano, nell'ambiente internazionale che conosciamo, di rispondere alla crisi". Su questa linea, anche la stessa Giorgia Meloni, nella lettera inviata con altri nove leader ai vertici Ue, non ne chiede più la sospensione del sistema, ma una revisione anticipata a maggio (già prevista per luglio).
Ma se la questione Ets è rimasta in pausa, la Commissione non è rimasta ferma davanti a un prezzo del petrolio che è salito oltre i 118 dollari a barile (prima di rallentare sotto i 110). Nel breve e medio termine, gli strumenti che Ursula von der Leyen (in foto) ha proposto riguardano l'utilizzo della riserva di stabilità del mercato per calmierare i prezzi, interventi sui benchmark e un fondo ponte destinato ai Paesi con Pil più basso, per attenuare l'impatto del sistema. Il processo per rendere il Vecchio Continente energeticamente indipendente nel lungo termine però non sfuma. Accanto al piano sulle rinnovabili, ieri la commissione ha anche deciso di stanziare 330 milioni di euro per il programma Euratom di ricerca e formazione per il settore nucleare.
Dopo mesi di ritardi e ripensamenti la commissione del commercio internazionale
ieri ha anche dato il via libera all'accordo tra Ursula von der Leyen e Donald Trump sui dazi. Segnale di un'Europa che, mentre affronta l'emergenza energetica, prova anche a ridefinire i propri equilibri commerciali globali.