La folle giustizia italiana: il voto è ancora in forse

A tre giorni dalle urne l'udienza sul ricorso di Onida per suddividere i quesiti: il tribunale può bloccare tutto

U na battaglia contro l'orologio, un tentativo semidisperato di bloccare il referendum di Renzi a ridosso dell'apertura dei seggi elettorali: dai comitati che da mesi si battono contro la riforma della Costituzione, arriva ieri l'ultima mossa possibile per cercare di bloccare il voto. La decisione del 10 novembre scorso del tribunale di Milano, che sembrava avere chiuso definitivamente i giochi riconoscendo la legittimità del quesito referendario, viene messa in discussione sul filo di lana da Valerio Onida e dagli altri giuristi che avevano firmato il ricorso. E giovedì prossimo una udienza del tribunale civile potrebbe clamorosamente riaprire i giochi.

La decisione di contestare la sentenza del tribunale con un ricorso era stata preannunciata da Onida a botta calda, dopo avere letto la lunga sentenza con cui il giudice Loreta Dorigo aveva bocciato il ricorso, sia dichiarandolo tecnicamente improcedibile, sia riconoscendo manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata da Onida e dai suoi colleghi. Al centro delle tesi dei fautori del No c'era il testo del quesito così come comparirà sulle schede: una sola domanda, secca, per una materia complessa, un «prendere o lasciare» che secondo Onida mette gli elettori davanti ad un compito impossibile, visto che all'interno della riforma Boschi esistono almeno cinque temi diversi sui quali il cittadino avrebbe il diritto di esprimersi in modo articolato.

Il 10 novembre la giudice Dorigo aveva respinto il ricorso: la riforma, aveva scritto in sostanza, ha un suo equilibrio complessivo che richiede un giudizio unico, e non uno spezzettamento in una serie di domande che potrebbero minarne questo o quel pezzo. Peraltro, aveva sostenuto il giudice suscitando le proteste di Onida, la riforma non altera gli equilibri fondamentali tra poteri dello Stato, e ogni altro tentativo di modernizzare la Costituzione si è concluso con un nulla di fatto. Via libera al referendum, dunque.

A Palazzo Chigi dovevano avere tirato un sospiro di sollievo, vista la durezza con cui il governo finora ha difeso la data del 4 dicembre contro ogni ipotesi di rinvio. Ma ora arriva la mossa a sorpresa dei legali del No, un reclamo ai vertici del tribunale milanese basato sull'articolo 699 del codice di procedura civile. In base al codice la giudice Dorigo non potrà fare parte del terzetto che giovedì riesaminerà la questione; ad esaminare il ricorso d'urgenza saranno altri suoi colleghi, verosimilmente presieduti dalla giudice Paola Gandolfi. Poi avranno venti giorni di tempo per pronunciarsi, ma il codice dice che in caso il provvedimento impugnato «arrechi grave danno» il presidente del tribunale «può disporre con ordinanza non impugnabile la sospensione dell'esecuzione».

Significa che potrebbe scattare la sospensione del referendum? La norma è controversa, e non ci sono casi precedenti cui fare riferimento. Ma proprio per questo l'iniziativa di Onida & C. mette davanti ad uno scenario oggettivamente sconcertante: fino all'antivigilia del voto, potremmo non sapere se le urne si apriranno davvero.

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