Da Milano arriva l'ennesimo assist al Sì al referendum grazie all'intricata vicenda del dossier mafia-appalti. C'è un'indagine per diffamazione contro il Giornale su cui indaga il sostituto procuratore Fabio De Pasquale, condannato in appello per aver nascosto delle prove su Eni, infangata da Piero Amara.
Sappiamo già che il dossier venne frettolosamente archiviato il 13 luglio da Roberto Scarpinato (oggi senatore M5s) e Guido Lo Forte. Che Paolo Borsellino non ne fosse al corrente lo sostiene con forza da molti anni Fabio Trizzino, legale della famiglia del giudice saltato in aria in Via D'Amelio il 19 luglio del 1992 e marito della figlia del magistrato Fiammetta. Le sue fonti sono i verbali del Csm su una riunione del 14 luglio - cinque giorni prima che Borsellino morisse - tra i due e altri magistrati alla Procura di Palermo, nella quale Borsellino parla di quel dossier a Lo Forte. Da un documento inedito desecretato nel 2024 dalla commissione Antimafia sappiamo che il giorno prima di morire Borsellino indagava sull'omicidio di un imprenditore legato al sistema degli appalti deciso da mafia e politica. Se Borsellino avesse davvero saputo dell'archiviazione, con cui Lo Forte si era "spogliato" del caso, mai gliene avrebbe parlato senza commettere un reato.
Il Giornale ha dato conto di questa autorevole ricostruzione, rimbalzata più volte nelle aule giudiziarie a Caltanissetta, la Procura che indaga sui depistaggi di via d'Amelio attraverso il falso pentito Vincenzo Scarantino che si auto-accusò della strage, ingannando gli inquirenti con cinque procedimenti diversi. Chi sono i veri mandanti delle stragi del 1992-1993? Nel mirino è finito chi quella indagine dei Ros la sottovalutò. Come Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, accusati di aver favorito la mafia e la stessa borghesia vicina ai boss, da cui l'ex procuratore capo di Palermo, Reggio Calabria e Roma acquistò appartamenti pagandoli "in nero".
"Mi si deve dire il perché in quella riunione si tace a Borsellino la richiesta di archiviazione", continua a dire Trizzino. È in quegli equilibri e in quei veleni in Procura, che Borsellino definì a Massimo Russo e Alessandra Camassa "un nido di vipere", che bisogna cercare la verità sulla morte del magistrato.
Dalla desecretazione degli atti del Csm in cui parlano i pm che si ribellarono all'allora Procuratore Pietro Giammanco emergerebbe in modo inequivocabile "che Lo Forte gli nascose l'archiviazione", sostiene ancora Trizzino. Ma Lo Forte oggi se la prende solo con il Giornale e con il direttore Alessandro Sallusti (testimonial del "Sì") per un articolo del 15 febbraio di due anni fa. Non sappiamo se l'inchiesta mafia-appalti che avrebbe rivelato l'alleanza mafia-coop rosse-imprese del Nord per la spartizione degli appalti pubblici in Sicilia, (fortemente voluta da Giovanni Falcone) fu il movente per la morte dei due magistrati, certamente ebbe un peso, lo dicono le sentenze. E la sua archiviazione fu sospetta, lo dicono i pm di Caltanissetta.
Che Lo Forte contesti questa
ricostruzione è pacifico, che a indagare a difesa di un pm che avrebbe mentito a Borsellino sia un magistrato condannato per aver nascosto delle prove è una delle aberrazioni del sistema che il referendum potrebbe correggere.