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Frustate, torture e impiccagioni. Il record di orrori di Teheran

Il regime non ha mai smesso di usare metodi brutali: oltre 900 condanne a morte in un anno

Donne Hezbollah sostengono il regime iraniano
Donne Hezbollah sostengono il regime iraniano
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Scena tipica: all'alba non succede ancora nulla, il cortile è fermo, l'aria immobile, la città addormentata, c'è una gru parcheggiata dove non dovrebbe, sinché ecco, si vede una sagoma umana che attraversa lo spazio a passi corti, le mani legate dietro, non corre, non urla, il cappio è appeso, glielo infilano e lentamente si solleva, nessuna botola, nessuna caduta, si vede un corpo che sale lentamente e non è un'esecuzione rapida, il torace si muove a vuoto, i polmoni cercano aria che non entra, il tempo si allunga perché è una morte che non arriva: si costruisce. In Iran l'impiccagione funziona e funzionava così, non è una caduta pensata per spezzare il collo, è un sollevamento, una forma di strangolamento che provoca un'asfissia progressiva. È il metodo prevalente ed è documentato da anni dai rapporti delle Nazioni Unite e delle organizzazioni umanitarie. Insomma, anche prima della repressione, in Iran, non era un pranzo di gala: ora si apprende di cecchini che sparano sulle folle, di ambulanze bloccate coi feriti lasciati morire a terra, di occultamento di ogni cosa (funerali, registri dei morti, torture con privazione del sonno e violenze sessuali) ma nel solo 2024, secondo Onu e Amnesty e Human Rights, hanno eseguito oltre 900 condanne a morte e la stragrande maggioranza per impiccagione: molte dentro le carceri, altre in pubblico con delle corde fissate a strutture improvvisate o sollevate coi corpi che restano sospesi. Le famiglie vengono spesso informate a ridosso dell'esecuzione, quando ogni ricorso è ormai impossibile: e questo avveniva, come dire, in tempo di pace. Nell'Iran "normale" la pena capitale non colpisce o colpiva solo reati di sangue (com'evidente) ma può essere inflitta per generiche accuse che riguardino la sicurezza nazionale, e le formule giuridiche possono essere del genere "guerra contro Dio" o "corruzione sulla Terra", spesso usate contro manifestanti e oppositori. È uno strumento di governo, più che di punizione: oggi come ieri.

In Iran persiste un apparato di pene corporali che il diritto internazionale qualifica come "tortura" e che prevede fustigazioni per reati morali e di opinione, sino a 74 frustate per critiche all'Islam o all'autorità religiosa, e sono tutto fuorché pene simboliche: i colpi vengono inferti e contati, sono previste anche le classiche mutilazioni (amputazione delle dita o della mano in caso di furto aggravato) e i rapporti dell'Onu parlano esplicitamente di "punizioni crudeli, inumane e degradanti" presenti nell'ordinamento e nella prassi. È il quadro in cui opera la cosiddetta polizia morale (Gasht-e Ershad: ne abbiamo scritto altre volte) la quale non è un organo educativo, è una forza con poteri di fermo e di detenzione di fatto; decide sul posto, per esempio, che cosa sia un abbigliamento "corretto", un comportamento "islamico" e una presenza "accettabile". Le cosiddette "lezioni informative" sono dei trattenimenti extragiudiziali spesso accompagnati da violenze.

Qualche volta ci scappa il morto, altre volte il mondo gira e ce ne scappano 3.000 (secondo il Regime) oppure 30.000 (secondo The Guardian e Iran International) per mano in questi giorni dei Pasdaran, le guardie della Rivoluzione armate sino ai denti.

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