Si tratta "giorno e notte", si lima, si emenda il contenuto della possibile intesa. Sono ore frenetiche di negoziati indiretti, mediati dal Pakistan, fra Iran e Stati Uniti. Teheran deve dire la sua sui 14 punti, racchiusi in una pagina, proposti da Washington per chiudere la guerra, congelata da una tregua lunga un mese. "La revisione dei testi scambiati tra le parti prosegue", spiega il ministero degli esteri iraniano. "Ma non siamo ancora giunti a una conclusione", aggiunge, mentre tutti attendono la risposta iraniana.
Imprenditori, consumatori, politici e compagnie di navigazione sono appesi all'esito di un negoziato il cui obiettivo più atteso e immediato è la riapertura dello Stretto di Hormuz, impantanato tra il blocco iraniano e il controblocco americano, con tutte le conseguenze globali sui rifornimenti e prezzi del carburante. Sono 1500 le navi intrappolate nelle acque della discordia e 20mila i marittimi fermi, secondo i dati dell'Organizzazione Marittima Internazionale (Imo). Tutti in attesa di capire quando e se arriverà il via libera alla ripartenza. Teheran si muove in autonomia e istituisce un'agenzia governativa incaricata di controllare e tassare le navi che intendono attraversare Hormuz. Denominata Autorità dello Stretto del Golfo Persico, l'agenzia si sta "posizionando come l'unica autorità valida per concedere il permesso alle navi in transito", riferisce la società Lloyd's List Intelligence, specializzata in dati e analisi sul settore marittimo. Washington starebbe invece valutando di riavviare l'operazione Project Freedom per guidare le navi commerciali fuori dallo Stretto, dopo la rimozione delle restrizioni all'uso delle proprie basi e dello spazio aereo da parte di Arabia saudita e Kuwait.
Mosse in attesa di un'intesa il cui quadro proposto dagli Stati Uniti, secondo il Pakistan, si articola in tre fasi: la fine formale della guerra, la risoluzione della crisi a Hormuz e l'apertura di un periodo di 30 giorni per i negoziati su un accordo più ampio. Ma se Washington e Islamabad si dicono ottimiste, se Teheran dice a parole di voler "proseguire sulla via del dialogo e della diplomazia", un funzionario iraniano dietro anonimato definisce i 14 punti "una lista americana dei desideri". Tutto ancora può succedere. Donald Trump ha sentito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Un'intesa preliminare potrebbe includere il cessate il fuoco in Libano, dove Israele continua a confrontarsi con gli estremisti filo-iraniani di Hezbollah e un razzo ha colpito ieri un mezzo nella base di Shama, sede del contingente italiano di Unifil, la missione Onu, senza provocare feriti. La fine delle ostilità sarebbe estesa all'intera regione. In settimana si terrà a Washington il terzo round di colloqui tra Libano e Israele.
E però anche ieri si sono registrati attacchi. "Abbiamo abbattuto due aerei a Bandar Abbas e Qeshm", scriveva l'agenzia di stampa iraniana Mehr. Sempre fonti iraniane hanno riferito di un'attività di difesa aerea nella zona occidentale di Teheran dopo due forti boati e forti esplosioni sono state registrate ad Abu Dhabi. Infine tre cacciatorpediniere statunitensi sarebbero stati attaccati da missili e droni a Hormuz, in risposta all'attacco a una petroliera. Nel frattempo, Trump spera nell'implosione economica di Teheran. Per la Cia, l'Iran può resistere al blocco navale per tre o quattro mesi. Una guerra di logoramento. Con il regime che tenta di tenere viva l'immagine della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, mai apparso in pubblico, nascosto dopo il ferimento.
Il presidente Masoud Pezeshkian racconta di averlo incontrato, colpito dal suo "atteggiamento, dal comportamento umile e dal calore", in una conversazione basata su "fiducia, calma e dialogo diretto". Elementi che sarebbero utili alla trattativa. Ma che non si vedono, come il leader fantasma.