Donald Trump e Xi Jinping tornano ad incontrarsi per un vertice ad alto rischio che potrebbe delineare la prossima fase dei rapporti tra le due principali potenze mondiali. L'ultimo faccia a faccia tra il presidente americano e l'omologo cinese risale ad ottobre in Corea del Sud, occasione in cui concordarono di sospendere la guerra dei dazi dando il via ad una delicata distensione. Il commercio rimane tra i temi sul tavolo, ma i leader discuteranno anche della guerra in Iran, delle armi Usa a Taiwan, e del controllo cinese sulle esportazioni di terre rare.
Molto è cambiato dal summit dell'autunno scorso: Trump è coinvolto in un conflitto contro uno dei più stretti partner della Cina in Medioriente, che ha innescato una crisi energetica globale, oltre a esaurire le scorte di munizioni degli Stati Uniti, sollevando dubbi tra alcuni analisti del Dragone circa la capacità degli Usa di difendere Taiwan. Xi, dal canto suo, deve affrontare altre sfide, a partire dal rallentamento della crescita economica interna, oltre l'aumento dei prezzi dell'energia e la possibilità di una recessione globale che colpirebbe duramente l'economia cinese, fortemente dipendente dalle esportazioni. Poco prima di partire per Pechino (l'ultima visita di un presidente Usa nella capitale è stata la sua nel 2017) il comandante in capo si dice convinto che l'incontro andrà bene. "Abbiamo un ottimo rapporto", spiega in un'intervista, precisando che "la Cina è forte, ma noi siamo più forti militarmente". Xi, secondo Pechino affronterà l'attesissimo vertice con il desiderio di infondere "maggiore stabilità" nelle relazioni internazionali. "La Cina intende lavorare con gli Stati Uniti su un piano di parità, in uno spirito di rispetto e con un'attenzione rivolta agli interessi reciproci, al fine di favorire la cooperazione, gestire le divergenze e apportare maggiore stabilità e certezza a un mondo instabile e interdipendente", fa sapere il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun.
Diversi esperti ritengono che il leader asiatico sia in una posizione relativamente forte nei confronti del collega americano, che deve affrontare una pressione crescente in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Gli analisti osservano che il Dragone potrebbe trarre numerosi benefici dalla crisi in Medioriente, in particolare l'opportunità di presentarsi al resto del mondo come un partner affidabile che rispetta il diritto internazionale: dallo scoppio delle ostilità a fine febbraio, Pechino ha calibrato con attenzione sia le critiche a Washington, sia il sostegno a Teheran. Uno dei nodi fondamentali rimane poi la questione di Taiwan. Trump minimizza le preoccupazioni, dichiarando di essere pronto a discutere della vendita di armi americane durante la sua visita. "Il presidente Xi preferirebbe che non lo facessimo, e io affronterò l'argomento. È una delle tante questioni di cui parlerò", spiega il tycoon.
Un gruppo di senatori Usa bipartisan ha inviato una lettera a The Donald esortandolo a notificare formalmente la vendita di armi per un valore di 14 miliardi di dollari prima del vertice con l'omologo cinese, ricordando che il sostegno degli Stati Uniti all'isola non deve essere utilizzato come merce di scambio nei negoziati.
Mentre Pechino ribadisce l'opposizione alla vendita di armi americane, e Taipei promette invece di "rafforzare la cooperazione" con Washington e "costruire efficaci capacità di deterrenza al fine di mantenere congiuntamente la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan", come spiega il portavoce del ministero degli Esteri Hsiao Kuang-wei.