I bersagli delle insinuazioni di Amara tra morti, nomi eccellenti e "il verminaio"

Nei verbali l'avvocato cita alti magistrati scomparsi (Tinebra), Vietti e il pm Saluzzo. E soprattutto l'ex boiardo Valori, il cui feudo è Messina

I bersagli delle insinuazioni di Amara tra morti, nomi eccellenti e "il verminaio"

Se è una invenzione, non c'è che dire: è una invenzione ben organizzata. Quando l'avvocato Piero Amara, nei suoi verbali dell'autunno 2019 davanti alla Procura di Milano, snocciola i componenti del gruppo di potere che indica come «loggia Ungheria» lo fa per motivi ancora ignoti ma con una precisione millimetrica nell'indicare nomi e ambienti che appartengono a circuiti certamente esistenti, e sapendo di andare ad attizzare l'interesse dei suoi interlocutori. Spargendo tra una riga e l'altra messaggi trasversali, destinati ad arrivare a destinazione quando i verbali sarebbero trapelati dal segreto.

La prima scelta esplicita è tirare in causa Giancarlo Elia Valori, grande boiardo di Stato, andreottiano, a dire di Licio Gelli l'unico membro della P2 a venire espulso dalla loggia segreta. Il nome di Valori ricorre carsicamente come riferimento di un mondo trasversale di cui farebbero parte magistrati, alti gradi delle forze dell'ordine, servizi segreti manager pubblici e privati: una «loggia Ungheria» più in grande, si direbbe, lambita in passato senza grandi successi da inchieste delle Procure di Monza e di Catanzaro.

Al pm milanese Paolo Storari, per esempio, Amara dà in pasto il nome di Francesco Saluzzo, procuratore generale di Torino. Sa di trovare terreno fertile, perché Storari si scontrò frontalmente con Saluzzo all'epoca in cui a Torino indagava sul caso Telekom Serbia. Saluzzo venne accusato di avere soffiato la notizia di una perquisizione ai vertici di Telecom Italia, l'azienda dove lavorava sua moglie figlia di un ufficiale della Finanza. Milano lo iscrisse tra gli indagati, poi lo archiviò. All'epoca, qualcuno ebbe a notare che Saluzzo era estremamente vicino ad uno dei leader di Magistratura Indipendente, Francesco Marzachì, allora procuratore a Torino, da sempre in ottimi rapporti con Valori. Quest'ultimo presiedeva un centro studi specializzato in analisi del sistema giudiziario e di cui erano ospiti fissi magistrati di Magistratura Indipendente.

Non c'è da stupirsi, insomma, se quando Storari sente da Amara il nome di Saluzzo come componente di «Ungheria» si convince che sulla storia della loggia si debba scavare a fondo, e non digerisca la cautela impostagli dal suo capo Francesco Greco. Amara descrive una loggia trasversale ai partiti, esattamente come era il giro degli amici di Valori. Basti pensare che l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga accusò di essere istigato da Valori anche il magistrato veneziano Felice Casson, poi deputato del Pd: Cossiga incolpava Casson di avere smantellato la rete Gladio su pressione di Valori, grande amico - nei suoi tentacolari legami - anche di regimi comunisti.

Di magistrati, anche nella loggia Ungheria ce ne sarebbero parecchi, a dire di Amara, e altri le ruoterebbero intorno scambiandosi favori. Non sembra un caso che la «gola profonda» tiri in ballo oltre alla magistratura ordinaria anche il Consiglio di Stato, l'organo supremo della giustizia amministrativa, accusando di comportamenti illeciti il primo presidente, Giuseppe Patroni Griffi. Ebbene, proprio nel Consiglio di Stato siedono da decenni alcuni dei magistrati considerati più vicini all'orbita di Valori, e riaprendo il focus su Palazzo Spada Amara non fa che rievocare scenari già noti agli addetti ai lavori: e infatti attizza immediatamente l'interessi del pm Storari.

C'è, infine, il riferimento ricorrente alla città intorno a cui ruotava buona parte del sistema di potere legato a Valori, e già gravata da indagini che la dipingevano come un verminaio di traffici: Messina. Che è anche un passaggio cruciale delle trame attuate contro la Procura di Milano, ma è anche - nella descrizione di Amara - il feudo di Valori. A partire dal primo riferimento che nel verbale del 6 dicembre l'avvocato fa alla loggia: «Io facevo parte di una loggia coperta formata da persone che ho incontrato attraverso persone di origine messinese dove questa loggia è particolarmente forte».

Fa il nome di uno che non può difendersi, Giovanni Tinebra, già procuratore di Caltanissetta, siciliano di Enna. E dice: «Il capo della cellula messinese era, per quanto mi dissero Tinebra, Vietti e Catazzolo, era Giancarlo Elia Valori».

E poi uno si domanda perché il povero Storari abbia cercato di vederci chiaro.

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