La Storia dimostra che in Russia ogni sconfitta militare porta a un cambio di regime: il primo conflitto mondiale innescò la Rivoluzione d'Ottobre; otto mesi dopo il ritiro dall'Afghanistan crollò il muro di Berlino e l'impero sovietico; per cui se una guerra durata più di due conflitti mondiali finisse con una mezza sconfitta nel giro di poco tempo il destino di Putin potrebbe essere segnato. Nel quarto anniversario di guerra e mentre in Senato si discute l'ultimo decreto di aiuti a Kiev è l'orizzonte di un epilogo infausto per il Cremlino il vero ostacolo alla pace che traspare dai ragionamenti del braccio destro della Meloni, il sottosegretario Fazzolari. "Dopo la narrazione falsa dei russi - spiega - ora tutti sanno che sul piano militare siamo allo stallo. Condizione ideale per una pace che sarebbe apprezzata dal popolo russo ma che Putin e i suoi oligarchi non possono accettare perché ammetterebbero la sconfitta". "La vera impresa - ragiona Francesco Filini, altro consigliere di Palazzo Chigi - è tirar fuori Putin dal guaio in cui si è cacciato". Corollario di questi ragionamenti è che la guerra durerà ancora. In Afghanistan per non ammettere la sconfitta i russi andarono avanti dieci anni. Previsioni che pongono una serie di problemi, perché le guerre cambiano modi di pensare, punti di vista, riferimenti. Sta succedendo anche oggi. Al di là delle battute dedicate al presente come quella sul referendum ("In Russia - scherza Fazzolari - non c'è la separazione delle carriere tra giudici e Pm e Putin voterebbe No") i segnali si avvertono. l "no" diventano meno ideologici, i ragionamenti scalzano i pregiudizi.
Una volta a Palazzo Chigi la prospettiva di un ingresso dell'Ucraina nella Ue non entusiasmava più di tanto. Oggi Filini (foto a sinistra) la considera ineluttabile: "Se diciamo no a Kiev nella Ue rischiamo di regalare ai russi uno degli eserciti più forti del mondo e allora fine dei giochi". Altro argomento il superamento del diritto di "veto", quello usato da Orban per bloccare gli aiuti all'Ucraina: l'argomento che suscita ancora diffidenza a Palazzo Chigi ma non è più tabù, se ne discute. "Il problema c'è, è innegabile - sostiene il ministro Ciriani - e sarà risolto quando i tempi saranno maturi. I tempi in politica sono tutto".
Appunto, le guerre modificano le situazioni, addirittura cambiano gli attori. Putin considerava l'Ucraina un'espressione geografica più o meno il giudizio del Metternich sull'Italia di duecento anni fa: il conflitto l'ha forgiata come Nazione. La Ue all'inizio del conflitto era debole, schiava dei propri limiti, ma quattro anni di guerra l'hanno costretta a resistere, a superare divisioni e barriere: l'ultimo aiuto a Kiev è arrivato sotto forma di "debito comune", da sempre una parolaccia per la Germania.
L'Ucraina, Putin, Trump, lo stesso Orban con i suoi veti stanno obbligando l'Europa a crescere. E visto che oggi, a parte gli invasati di "pseudo-ideologie", tutti accettano la prospettiva europea il confronto si sposta sulle soluzioni. "Sì - ammette Fazzolari - Orban è un problema ma anche perché in Europa non è gestito come si dovrebbe. Infatti poi Giorgia trova sempre una soluzione. Sono approcci diversi: Macron è disposto a vedere Putin da solo, la Meloni no. Il punto d'incontro è che non c'è un'alternativa all'Europa. Lo dico pure a Vannacci: l'appoggio all'Ucraina è nel programma di governo se non ci sta è fuori. L'aiuto a Kiev, pure militare, ci sarà per tutto il 2026". Fazzolari parla chiaro. Senza infingimenti. Anche perché il mondo va a una velocità diversa da ieri. Trump fino a ieri era un idolo, oggi il forzista Cortellazzo sentenzia: "Trump è morto e il centro-destra non se ne è accorto".
Sono i fatti che obbligano a cambiare. "Se non si supera il diritto di veto - esclama il piddino Amendola - l'Europa si suicida". "Nell'anniversario di quattro anni di guerra - spiega il vicesegretario del pd Provenzano (foto) - vorrei che dal governo un solo regalo: la smetta di appoggiare Orban".
Forse tra due mesi, dopo le elezioni in Ungheria, Orban non ci sarà più. Un pomo della discordia in meno. Resta la speranza che accomuna tutti i ministri della difesa, da Guerini a Crosetto: "Battaglie come l'Ucraina - sospira l'ex-ministro piddino - dovremmo farle insieme".