Chi rompe non paga e lascia solo cocci. Ma chi dentro la magistratura e la sinistra spera che il "dossier giustizia" venga accantonato si sbaglia. "Serve un tavolo di confronto, al di là di ogni appartenenza", è l'appello del ministro della Difesa Guido Crosetto, dal cui ministero è partita l'indagine della Procura di Roma "su varie amministrazioni e società, tra cui quelle della Difesa. Ma è un'inchiesta vecchia nata da una nostra segnalazione", sottolinea al Giornale.
Da vittima di dossieraggi del caso Striano a "sceriffo" a caccia di servitori dello Stato infedeli il passo è breve. Ma per avere giustizia e verità serve "un giudice (e un pm) che agiscano con terzietà ed imparzialità nello svolgimento del proprio lavoro. Non è una pretesa assurda ma un diritto costituzionale di ogni cittadino - scrive su X il cofondatore di Fratelli d'Italia - siamo e dovremmo essere uguali di fronte alla Legge. Lo siamo? Non mi pare".
Il ministro snocciola il solito rosario di doglianze che abbiamo imparato a memoria: il pm che ha il dovere di cercare "elementi contro ed a favore della persona indagata" e non lo fa, il magistrato che "svolge il suo lavoro o usa i propri poteri con pregiudizio e parzialità" e che così "distrugge il presupposto costituzionale su cui si fondano gli enormi poteri che consentono alla magistratura di sospendere momentaneamente anche alcuni diritti costituzionali individuali". I veleni del post referendum hanno ferito anche lui, rimasto legittimamente alla finestra nei giorni più infuocati: "Un magistrato che auspica la morte dei colleghi che hanno liberamente votato Sì o che attacca o irride un presidente del Consiglio in carica (che può chiamarsi Meloni o Renzi o Draghi o Gentiloni o Conte) nell'aula di un tribunale e cioè nel luogo dove dovrebbe esistere solo la giustizia, quella senza colori, senza pregiudizi, sopra ogni parte, come può essere considerato terzo, come può offrire garanzie di essere super partes?". Domande seppellite dalla vittoria del No, o forse no. "Se non lo si affronta allora si che si calpesta la Costituzione e si ferisce la democrazia. Come accade da anni". Fare un tavolo, ma con chi? Se il presidente della Corte costituzionale ha già avvertito il Parlamento che "certi principi della Carta non si toccano", c'è chi dentro la magistratura già da prima che si chiudessero le urne invocava la necessità di "farci da soli la riforma della giustizia", come aveva auspicato il leader di Magistratura democratica Stefano Musolino, immaginando "strumenti di autoriforma". "Qualcuno potrebbe pensare che va tutto bene e basta, invece bisogna aprire una stagione nuova e cercare di fare dei cambiamenti", aveva detto Marco Patarnello di Md. Riflessioni che si intrecciano con i nuovi equilibri dentro l'Anm dopo le dimissioni del presidente Cesare Parodi per motivi familiari, che ancora ieri da X offriva alla classe politica elementi di dialogo "per una riforma che risolva davvero i problemi della giustizia", a suo dire legati a problemi di organico e di una geografia giudiziaria da rivedere (con la chiusura auspicata di tribunali chiave soprattutto al Sud), non certo di carriere separate e Alta corte disciplinare.
Mentre l'ala più oltranzista insiste per rivendicare il segretario generale Anm e pm di Rieti Rocco Maruotti, Magistratura indipendente assicura che la poltrona spetta a loro (i nomi che girano sono Chiara Salvatori, il presidente del Consiglio nazionale Antonio D'Amato, Giuseppe Tango e "un giovane outsider a sorpresa", ci dice una fonte di Mi) perché è loro il compito di tenere insieme gli equilibri interni. Anche la nomina di Antonello Mura a capo di gabinetto del Guardasigilli Carlo Nordio è letta come un segnale distensivo. Il tavolo c'è, vediamo chi avrà le carte migliori da giocare. FMan