I medici legali: "Fateci fare le autopsie"

Domani via ai test sulla sieroprevalenza per 150mila: caccia agli anticorpi

Le autopsie, a chi muore di Covid-19, generalmente non si fanno, almeno in Italia. Tranne in rari casi, quando viene ordinato dai magistrati o dalle direzioni sanitarie. Questo perché c'è una circolare del ministero della Salute che sconsiglia gli esami post-mortem per timore di eventuali contagi tra i medici.

Ma poiché quei pochi esami autoptici che sono stati fatti hanno dato risultati importanti, facendo capire che molti pazienti erano deceduti a causa di trombosi e non per la polmonite, adesso un gruppo di scienziati di varie città spinge per far annullare la circolare che impedisce di «fotografare» cosa accade nell'organismo colpito dal virus. Un errore che i medici legali delle università di Catania, Foggia e Catanzaro - che sul tema hanno pubblicato un articolo sul Journal of clinical medicine - definiscono il «lockdown della scienza». Un'opportunità mancata, a dir loro, perché conoscere le effettive cause del decesso fornisce elementi determinanti per definire le terapie migliori. Per questo, come ha spiegato al Corriere della Sera il coordinatore del gruppo di ricerca, Cristoforo Pomara, ordinario di medicina legale dell'Università di Catania, si stanno analizzando le autopsie fatte nei vari istituti, raccogliendo informazioni preziose dalle pubblicazioni degli scienziati di altri Paesi per poi studiare i tessuti sotto varie forme con l'obiettivo di cercare di capire quanto più possibile sull'infezione.

Quanto il virus è diffuso e quante persone hanno sviluppato gli anticorpi anche in assenza di sintomi, invece, cercherà di capirlo l'indagine sulla sieroprevalenza che il ministero della Salute e l'Istat avvieranno da lunedì e che da oggi sarà pubblicizzata su tutte le reti Rai. Il test verrà eseguito su un campione di 150mila persone residenti in duemila comuni, distribuite per sesso, attività e sei classi di età. La partecipazione non è obbligatoria. Gli esiti dell'indagine, diffusi in forma anonima e aggregata, potranno essere utilizzati anche per altri studi scientifici e per l'analisi comparata con altri Paesi europei. Le persone selezionate saranno contattate al telefono dai centri regionali della Croce Rossa per fissare un appuntamento per il prelievo del sangue, che potrà essere eseguito anche a domicilio se il soggetto è fragile o vulnerabile. Verrà anche chiesto di rispondere a uno specifico questionario predisposto dall'Istat, in accordo con il comitato tecnico scientifico. La Regione comunicherà l'esito dell'esame a ciascun partecipante.

In caso di diagnosi positiva l'interessato verrà messo in temporaneo isolamento domiciliare e contattato dal proprio servizio sanitario regionale o Asl per fare un tampone naso-faringeo che verifichi l'eventuale stato di contagiosità. La riservatezza dei partecipanti sarà mantenuta per tutta la durata dell'indagine. Ai soggetti che prendono parte al test sarà assegnato un numero d'identificazione anonimo per l'acquisizione del risultato e soltanto il gruppo di lavoro potrà gestire il legame di questo numero con i singoli individui.

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