"I popolari non sono finiti ma mancano i contenuti. Serve ripartire dai valori"

Il politologo: «I sovranisti non vanno mai rincorsi, premiato chi ha dimostrato identità»

"I popolari non sono finiti ma mancano i contenuti. Serve ripartire dai valori"

La Spagna che domenica si è presentata in massa a votare ci racconta prima di tutto che gli ultimi quattro travagliatissimi anni non sono passati invano. La furia dei separatisti che hanno guadagnato seggi e la rabbia degli altri che all'inizio ridevano pensando a una Spagna spaccata in due. Il bipartitismo che è esploso in un sistema frammentato di cinque partiti, la destra che esce con le ossa rotte e la sinistra che vince ma che da sola non ha i numeri per governare. Il politologo Vittorio Emanuele Parsi legge in controluce il risultato in Spagna per declinarlo all'Europa, e poi all'Italia. Perché in fondo siamo così legati gli uni al destino degli altri.

Come legge il voto?

«Una boccata d'ossigeno».

Perché la sinistra ha vinto?

«Perché ha dimostrato agli altri Paesi europei che il sovranismo ha uno spazio definito. Che contano ancora i contenuti e i valori. Che la socialdemocrazia, da sempre tra i grandi contributori dell'Europa e risposta alle disuguaglianze, non è morta. E questa è una buona notizia per tutti».

Deve preoccupare il partito franchista Vox?

«Rispecchia il momento storico. La nuova destra è più una mentalità che una ideologia, e si mette in coda al trend europeo. Ma bisogna ricordare che è stato Zapatero a sollevare per primo la questione del post franchismo scoperchiando il calderone dentro cui erano finiti tutti. Un'operazione storica che ha però rianimato i nostalgici. Vox attinge da lì».

Eppure i sovranisti vanno forte in tutta Europa.

«Da Salvini a Orban, passando dalla Le Pen, in ogni paese d'Europa hanno ormai un peso, questo è un dato. Ma bisogna distinguere. Guai a dire che i loro temi non esistono, ma attenzione: il dito sovranista è inguardabile ma la Luna c'è. Sono gli altri se mai che non ci sono. Che mancano, nelle risposte».

È per questo che la destra spagnola ha avuto una pesante sconfitta?

«Si, e la loro è una crisi comune a quella dei colleghi europei».

Cosa non sta funzionando?

«I contenuti. Che mancano e l'elettorato ha risposto girandogli le spalle. In Spagna al contrario, Sanchez ha vinto proprio perché ha saputo dare risposte, ma soprattutto ha avuto il coraggio di essere se stesso, ha mantenuto la rotta. La sua. Senza piegarsi alle mode del momento ha fatto proposte politiche socialdemocratiche. E questo è stato fondamentale nel risultato premiante».

Dice che rincorrere e farsi influenzare non serve?

«Dannosissimo. Anzi, voglio dire un'altra cosa: il moderatismo è da dichiarare morto. Non ha mai funzionato, oggi chi si ripara sotto al suo ombrello viene spazzato via. Gli elettori cercano risposte a temi concreti, quel famoso ceto medio impoverito ormai agonizza, il disagio, l'economia, il lavoro, l'immigrazione, il futuro. In politica devi sempre sapere che storia hai, chi rappresenti. Il Pp in Spagna ha cercato di spingersi sui temi cavalcati da Vox. E il risultato è stato un disastro. Da noi il Pd deve ancora scegliere cosa fare da grande, mentre la regola d'oro del Pci era quella di non avere competizione alla sua sinistra. Il Pp europeo si sposta sempre più al centro. E i toni grigi non vanno di moda».

Cosa fare dunque?

«È il momento dei valori Il popolarismo è in crisi, così come la cristianità a cui si rifà. Il grande disegno di Ruini è fallito, lo sfarinamento è in atto. Il comunismo è finito, la destra è un sopravvissuto ma per resistere deve ricominciare da una rielaborazione culturale».

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