I veleni di Amara colpiscono Lotti: "L'ex ministro faceva spiare il pm del caso Consip"

Eccoli, i verbali segreti dell'avvocato Pietro Amara, quelli su cui si è scatenato il putiferio che ha investito prima la Procura di Milano e poi i piani alti del Consiglio superiore della magistratura

I veleni di Amara colpiscono Lotti: "L'ex ministro faceva spiare il pm del caso Consip"

Eccoli, i verbali segreti dell'avvocato Pietro Amara, quelli su cui si è scatenato il putiferio che ha investito prima la Procura di Milano e poi i piani alti del Consiglio superiore della magistratura. Verbali che ribollono di messaggi in codice, di allusioni, di nomi buttati lì con apparente nonchalance. E di storie inquietanti come quella che riguarda Luca Lotti, il deputato (già di stretta osservanza renziana) che si è autosospeso dal Partito democratico - ma non dal seggio a Montecitorio - quando è venuto alla luce il suo coinvolgimento nel caso Palamara e nella lottizzazione delle nomine di giudici e procuratori.

Secondo quanto racconta Amara il 6 dicembre 2019 ai pm milanesi Paolo Storari e Laura Pedio, Lotti si sarebbe dedicato a una attività di intenso dossieraggio nei confronti di un alto magistrato, responsabile di indagare troppo alacremente sul caso Consip. Si tratta di Paolo Ielo, procuratore aggiunto a Roma, che Lotti avrebbe addirittura «vivisezionato». Dice Amara: «Lotti mi disse che stava vivisezionando Ielo e famiglia, mi disse che aveva ricevuto da Claudio Granata (ufficio legale di Eni, ndr) copia del cassetto fiscale di Domenico Ielo (fratello del magistrato, ndr) dal quale risultava che questi aveva avuto un incarico professionale dalla società Siram», coinvolta nelle indagini romane. «Scrissi subito a Granata che mi confermò che la documentazione di Ielo a Lotti l'avevano data loro e che se l'erano procurata attraverso un informatico della security».

È un'accusa grave, che però non porta all'iscrizione di Lotti nel registro degli indagati della Procura milanese: è la scelta soft dei capi sull'intera gestione degli interrogatori di Amara che qualche mese più tardi, dopo dieci mail di sollecito restate senza risposta, porterà l'esasperato pm Storari a consegnare i verbali a Piercamillo Davigo. Una rabbia comprensibile: i verbali di Amara ribollono di nomi importanti, indicati come membri della fantomatica Loggia Ungheria, ma anche di precise notizie di reato come la storia dei dossier di Lotti contro Ielo. «Luca Lotti - dice l'avvocato siciliano - insieme a Claudio Granata stava setacciando la famiglia Ielo, l'interesse era soprattutto di Lotti e Granata era contento di aiutarlo».

Il pentito non si tira indietro davanti a nessuna delle domande dei pm, e ne approfitta anzi per spargere i suoi veleni. Come quando gli viene chiesto se la Loggia Ungheria intervenne sulla nomina nel 2016 del procuratore capo di Milano. «Sì, la rete nazionale di Ungheria fu utilizzata per condizionare la nomina del procuratore di Milano. Si sollecitarono candidature di persone amiche o alle quali si poteva in qualche modo accedere». E a questo punto tira un siluro a freddo contro uno dei magistrati che avevano fatto domanda: Giuseppe Amato, attuale procuratore di Bologna, allora a Trento: «Tale Amato, che però non fa parte dell'associazione. Fu invitato a presentare la candidatura da Ferri e Palamara. Ferri (Cosimo Ferri, deputato di Italia viva, ndr) ricopre un incarico molto importante in Ungheria». Indicando Amato come uno cui la loggia poteva «accedere», Amara di fatto ostacola la nomina del procuratore bolognese anche in occasione della nuova gara per la Procura milanese, che sarà lasciata libera a novembre da Francesco Greco.

E così via, tra un veleno e l'altro, come quelli - già trapelati nei giorni scorsi - contro il comandante della Finanza Toschi, l'ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, l'ex giudice Livia Pomodoro, tutti indicati tra i quaranta membri di «Ungheria», o l'ex premier Giuseppe Conte e i suoi incarichi professionali. Amara è un fiume in piena, quasi mai indica la fonte delle sue notizie, o lo fa in modo vago. Eppure per i mesi successivi non succede nulla, non parte né l'inchiesta sulla Loggia e nemmeno Amara viene arrestato per calunnia. Alla fine la Procura si rassegna a contestargli un reato blando, «induzione a non rendere dichiarazioni». Intanto i suoi veleni entrano in circolo.

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