Nuova strategia di Draghi: cosa cambia sui migranti

Secondo il premier "È importante che i nostri partner comprendano l'urgenza di trovare soluzioni rapide e condivise". Da palazzo Chigi si lavora a un nuovo piano in vista del Consiglio Ue del 24 e 25 giugno

Nuova strategia di Draghi: cosa cambia sui migranti

Dopo il flop registrato in materia di immigrazione nel Consiglio europeo di maggio, a Palazzo Chigi si lavora freneticamente per portare in ambito comunitario un nuovo piano in grado di soddisfare le richieste politiche dell’Italia. Lo stesso capo dell’esecutivo nel corso delle comunicazioni della vigilia alla Camera, ha richiamato la responsabilità europea sul tema: “Permangono - ha detto - diverse sfide, a partire dalla gestione della migrazione, che dobbiamo affrontare con attenzione per venire incontro alle richieste dei nostri cittadini”. Mario Draghi è stato poi ancora più netto: “Quello della migrazione diventerà un problema sempre più serio e provocherà un aumento dei flussi migratori di cui non conosciamo la dimensione ma sappiamo tutti che sarà grande. Per questo occorre una maggiore unità". Secondo il premier gestire la migrazione "non vuol dire solo contenimento, ma anche impegno economico e di assistenza tecnica e sanitaria in questi paesi da parte dell'Ue. Significa gestire i flussi illegali e accelerare i rimpatri assistiti, ma anche i flussi legali, perché esistono".

Il nuovo piano di Mario Draghi

Dallo scorso venerdì a Palazzo Chigi si è iniziato a lavorare in vista del consiglio europeo. Troppo importante l'appuntamento per lasciare spazio al caso. Mario Draghi è decollato da Ciampino per dirigersi a Barcellona, qui ha incontrato l'omologo spagnolo Pedro Sanchez. Tra i due sul fronte immigrazione c'è sintonia: anche la Spagna è in piena emergenza, l'assalto dei migranti all'enclave di Ceuta dello scorso maggio ne è una chiara testimonianza. L'incontro con il premier iberico è servito per lanciare un primo segnale: l'Italia è pronta a formare un asse con i Paesi della sponda europea del Mediterraneo. Ma l'agenda diplomatica del presidente del consiglio non si è arrestata all'appuntamento di Barcellona. Lunedì l'ex governatore della Bce si è recato a Berlino dove ha incontrato Angela Merkel. Anche in questo caso l'immigrazione ha rappresentato il perno dell'incontro.

Nel frattempo, tra una trasferta e un'altra del capo dell'esecutivo, a Palazzo Chigi si lavorava a stretto contatto con le stanze della diplomazia europea per una prima bozza di accordo. Carte e documenti condivisi da una mail all'altra per arrivare in tempo al giorno del consiglio di Bruxelles. Nero su bianco è stato scritto quello che potrebbe essere il nuovo piano europeo sull'immigrazione. Tutto ruoterebbe, secondo rumors di fonti diplomatiche europee, attorno a uno stanziamento di otto miliardi di Euro a favore dei Paesi da cui si origina il flusso migratorio. Si tratta di somme da prendere attingendo dal fondo europeo per il vicinato, lo sviluppo e la cooperazione internazionale (Ndci). Draghi ne ha discusso con Sanchez ed Angela Merkel, la diplomazia ha spianato la strada a questo tipo di provvedimento. Il 25 giugno arriverà la prova del nove.

Il cambio strategia

Nell’aria si avverte una certa frenesia per non farsi trovare impreparati al Consiglio europeo. L’obiettivo questa volta è quello di aprire un dibattito che porti a delle soluzioni supportate da impegni. Per far questo il premier Mario Draghi ha deciso quindi di puntare su una nuova strategia. Non più richieste di solidarietà in materia di redistribuzione, dal momento che, come visto, si esauriscono in parole pronunciate al vento, ma piani specifici di aiuto ai Paesi di origine dei migranti con lo stanziamento di denaro: “Al momento – ha dichiarato lo stesso presidente del consiglio nelle comunicazioni alla Camera del 23 giugno – una solidarietà obbligatoria verso i Paesi di primo arrivo attraverso la presa in carico dei salvati in mare rimane divisiva per i 27 Stati Membri. Serve un'alternativa di lungo periodo, per fare in modo che nessun Paese sia lasciato solo”.

L’esperienza del Consiglio di maggio ha insegnato che di solidarietà ve n’è ben poca dentro l’Ue. Nel summit scorso l’argomento è stato trattato per circa 15 minuti e senza dar luogo all’apertura di un dibattito. Deluse le minime aspettative, il presidente Emmanuel Macron ha fatto trasparire la sua diffidenza anche per il Consiglio che si terrà nelle prossime ore. Il cambio strategia di Draghi, giocato in anticipo, potrebbe essere quindi la chiave per aprire nuove opportunità. La linea, secondo fonti diplomatiche di Bruxelles, dovrebbe trovare il parere favorevole dei governi e potrebbe quindi allargare uno spiraglio nella difficile gestione del fenomeno migratorio.

Il fenomeno migratorio non lascia tregua

Dall’inizio dell’anno ad oggi, i flussi migratori non hanno lasciato tregua all’Italia. Con il freddo, con la pandemia e, in alcuni casi, anche col maltempo, i migranti si sono messi in viaggio dall’Africa per raggiungere le coste meridionali del Paese. Dal primo gennaio al 22 giugno del 2021, il sito del Viminale conta 19.320 extracomunitari a fronte dei 6.184 dello stesso periodo dello scorso anno. Si parte soprattutto dalla Libia e, i tunisini, pur essendo diminuiti rispetto al 2020, rappresentano sempre un’entità di particolare importanza. Difficile gestire poi gli approdi di massa come quelli registrati a Lampedusa, il territorio più colpito dagli sbarchi. Qui, in sole 24 ore sono arrivati in alcuni casianche fino a 2400 migranti. Inutile dire come la gestione degli arrivi sia stata messa in ginocchio più volte richiedendo sacrifici sovraumani al personale addetto all’accoglienza. Sanitari, Forze dell’ordine e addetti ai lavori, si sono confrontati con un’emergenza senza precedenti accentuata anche dalla crisi sanitaria in corso. Che dire poi del centro di prima accoglienza di contrada Imbriacola? Qui i migranti hanno trascorso le loro giornate in condizioni precarie. Un hotspot omologato per circa 290 posti ha ospitato fino a circa 1400 persone. Hanno dormito a terra con dei materassi all’aperto, hanno mangiato ammassati davanti a cumuli di spazzatura e senza il rispetto delle distanze di sicurezza. L’Italia è in evidente stato di difficoltà e l’Unione europea non può far finta di nulla. Su questo punto anche Mario Draghi ha lanciato degli allarmi:" È importante – ha detto - integrare gli immigrati provenienti dai flussi legali, se non lo facciamo arrechiamo un danno a noi stessi in primis perché la mancanza di integrazione significa produrre esseri ostili. Se non integriamo queste persone produciamo dei potenziali nemici”.

I possibili risvolti del piano

In questo contesto emerge una domanda: il possibile nuovo piano Ue a cui sta lavorando soprattutto Mario Draghi sarà realmente utile all'Italia? Il presidente del consiglio sa che non può tornare a mani vuote da Bruxelles. E non avendo chance sui ricollocamenti, il via libera a un piano di investimenti verso Stati terzi è l'unico modo per mettere d'accordo tutti o quasi in Europa. Occorre però capire i risvolti pratici del piano: “L’Italia si trova in una difficile congiuntura” ha osservato su IlGiornale.it l'analista Paolo Quercia, autore assieme a Michela Mercuri di “Naufragio Mediterraneo” proseguendo: “In Africa si è costruito un meccanismo migratorio selvaggio in cui ogni Paese scarica su quello a Nord la pressione migratoria finché non si arriva ai confini dell’Europa, ossia Spagna, Italia o Grecia”.

Qui il discorso cambia: i flussi da sud, per effetto delle regole europee e del trattato di Dublino, non vanno verso nord. Dunque a piangerci sono i Paesi della sponda meridionale: “La Spagna però – ha proseguito Quercia – si protegge con una politica muscolare dei respingimenti mentre la Grecia lo fa violando Dublino”. E l'Italia?: “Per noi il rebus della questione migratoria è la Libia ed in parte il Sahel – ha sottolineato Quercia – È cioè un problema di politica estera e non di politica interna o di generica cooperazione allo sviluppo”. I soldi dati per la cooperazione potrebbero rappresentare solo un primo passo, a patto “di concentrare gli investimenti sui Paesi di transito obbligato dei flussi più che sui Paesi di origine”.