Gli insegnanti contro i presidi: "Il ponte di Pasqua non si tocca"

Richiesta: accorciate le vacanze, troppo tempo perso. Risposta: "I giorni festivi devono rimanere quelli"

Gli insegnanti contro i presidi: "Il ponte di Pasqua non si tocca"

Pandemia o non pandemia, per gli insegnanti italiani il ponte è sacro. Anche per chi, come loro, è a casa già da più di un mese e ci resterà ancora a lungo, forse addirittura fino a settembre. Ma guai a toccare le ferie, pensando magari di sfruttare i giorni prima dello stop di Pasqua per recuperare un po' del molto - troppo - programma scolastico già andato perso con lo stop delle lezioni dal 2 marzo scorso. A fare blocco contro l'idea di sacrificare anche un solo giorno del sacro ponte pasquale (che, solo per i dipendenti della scuola, inizia misteriosamente già giovedì e si prolunga altrettanto misteriosamente addirittura fino a martedì 14 aprile) è una parte dei docenti, ben organizzata e pronta a contestare sindacalmente ogni direttiva dei presidi che chieda loro di darsi da fare con le lezioni a distanza, visto che tra l'altro ricevono uno stipendio pieno, mentre milioni di lavoratori privati, commercianti e autonomi stanno già pagando il conto della crisi economica da Coronavirus: redditi azzerati, cassa integrazione, se va bene l'elemosina Inps da 600 euro (sempre che il sito funzioni). Invece gli insegnanti puntano a sfruttare al massimo la mega vacanza extra dovuta alla sospensione delle lezioni, combattendo con le armi ogni ipotesi di lavorare a distanza, unico aiuto che le famiglie possono ricevere dalla scuola in questo momento ma che i docenti scansafatiche rifiutano come «attività non prevista dal contratto». Un sacrilegio, poi, proporla in un intoccabile ponte. Ha osato farlo un preside in Veneto, racconta il sito La tecnica della scuola, con una circolare in cui proponeva di considerare ponte di Pasqua «solo» i giorni da sabato a lunedì (quindi ben tre giorni di vacanza), e di poter svolgere delle attività a distanza magari venerdì o martedì, per colmare almeno un minimo della voragine didattica accumulata dagli studenti a marzo. Non l'avesse mai fatto, i docenti sono insorti come se li avesse infamati, invocando un intervento ministeriale perché - sostengono - «non è legittimo imporre la didattica a distanza ai docenti in modo particolare durante le vacanze pasquali».

Ma se non basta trincerarsi dietro ai diritti sindacali per rifiutarsi di fare il lavoro per cui si è pagati, ovviamente a distanza visto che le scuole sono chiuse, si può utilizzare anche la religione. Così hanno fatto gli insegnanti di un liceo di Genova, in risposta all'incito del preside di lavorare questo venerdì. Impossibile, perché il lavoro extra «interferisce con la Settimana santa». C'è poi una pagina Facebook che riunisce tutti gli insegnanti ostili a qualsiasi attività a distanza, alla faccia dei genitori costretti a lavorare e a fare pure da tutor per i compiti dei figli. Si chiama «Scuola bene comune», una sorta di manuale di autodifesa del docente pubblico, stile Checco Zalone.

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