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Invece di salvare i migranti importiamo il caos africano

Le storture dell'accoglienza senza limiti: la vera lezione del caso Soumahoro

Invece di salvare i migranti importiamo il caos africano

Lui, nel suo piccolo, si è trasformato da difensore dei reietti in capobastone prima e deputato poi. Ma non c'è da stupirsi. Nella grande madre Africa, da cui anche Aboubakar Soumahoro proviene, il percorso da paladino degli ultimi a incallito cleptocrate è la norma. Pensate a Robert Mugabe in Zimbawe, a Meles Zenawi in Etiopia, a Paul Kagame in Rwanda o a Isaias Afwerki in Eritrea. Le loro storie sono segnate da percorsi comuni. Iniziano con una spassionata lotta in difesa del popolo e si trasformano in un'altrettanto appassionata difesa delle ricchezze sottratte a quello stesso popolo. La parabola dell'onorevole Souhamoro dunque non sorprende. Stupisce semmai che si sia potuta riprodurre nel nostro paese. Ma di questo dobbiamo ringraziare le «elite» buoniste e di sinistra decise a imporci l'utopia di un'accoglienza senza limiti e controlli.

Per capirlo partiamo dal paradigma africano. Dietro la parabola di tanti dittatori vi sono due ragioni. La prima è rappresentata dalle immense e attraenti ricchezze naturali di tante nazioni. La seconda da sistemi istituzionali approssimativi dove i leader non sono soggetti, come nelle democrazie occidentali, a complessi sistemi di controllo determinati dalla precisa divisione dei poteri. I problemi delle giovani nazioni africane rivivono purtroppo nel nebuloso sistema dell'accoglienza messo in piedi in Italia da Pd e cooperative di sinistra. Un sistema dove abbondanti risorse pubbliche sfuggono al controllo di governo e istituzioni. La moglie dell'onorevole Sumahoro si è ritrovata a gestire, nell'arco di 18 anni, un capitale di circa cinque milioni e mezzo di euro assegnategli grazie a procedure senza gare e senza controlli. Origini e motivi di queste carenze vanno ricercate nell'atto iniziale del fenomeno migratorio ovvero negli sbarchi gestiti non dalle nostre istituzioni, ma dai trafficanti di uomini o dalle navi delle Ong. In entrambi i casi l'obbiettivo è far sbarcare il maggior numero di persone possibile. Questo garantisce maggiori incassi non solo ai trafficanti, ma anche alle Ong pronte a esibire i numeri dei migranti «salvati» per far leva sul buon cuore dei donatori. Quel che non interessa a nessuno è invece il futuro di questi disgraziati. Abbandonati in un universo privo di norme e di controlli i migranti, primi fra tutti quelli irregolari, si trasformano in risorse alla mercé di cooperative o di sfruttatori. Le prime sono interessate ad accoglierne quanti più possibile per moltiplicare i contributi incassati a fine mese. I secondi puntano a utilizzarli in grande quantità per offrire manodopera a bassissimo costo sul fronte del lavoro nero. In tutto questo, lo dimostrano le vicende del clan Sumahoro, i controlli di governo, istituzioni e forze dell'ordine sono talmente rarefatti da risultare assenti. La mancanza di regole che caratterizza la gestione della galassia migratoria italiana finisce con il ricordare, insomma, la fragilità istituzionale di quei paesi africani dove spregiudicati cleptocrati hanno facile gioco nel trasformare in beni personali le risorse nazionali. Soumahoro, insomma, si è semplicemente comportato come avrebbe fatto nella sua Africa. E ha potuto farlo grazie alla compiacenza di un Pd e di una sinistra che partendo dalla pretesa di salvare i migranti dalle tragedie africane finisce, invece, con il riprodurre gli schemi di quelle tragedie all'interno della nostra società.

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