Neanche il tempo di capire chi fosse l'attentatore di Washington e di chiarire come si fosse svolto l'ennesimo fallito attentato a Donald Trump che si è subito messa in moto la macchina del fango della sinistra radicale americana e italiana per sminuire o, addirittura giustificare, la sparatoria con il messaggio (detto o sottointeso): "Trump se l'è cercata".
Ad aver rilanciato sul proprio profilo X vari post dal tenore complottista è la paladina della sinistra Rula Jebreal che non solo non ha speso una parola per condannare l'attentato ma, fin dalle prime ore successive al fallito attentato, si è prodigata nel condividere post contro Trump.
La Jebreal ha fatto un retweet del giornalista americano Edward Luce secondo cui: "Trump sta per fare di sé un eroe da questa storia, e la mia professione sta facendo del suo meglio per preparargli il terreno. Colpo di golf più facile di sempre". Poi ha rilanciato lo scrittore Miles Taylor per cui: "Il cecchino del WHCD sarà usato per giustificare cose che non hanno nulla a che fare con il cecchino del WHCD. Segnatevi questo momento".
Anche altre voci italiane non hanno perso l'occasione per alimentare il complottismo come i giornalisti Jacopo Jacoboni: "Per Trump meglio il vittimismo, che vittima di Epstein" o Stefano Menichini che scrive "Non sopporto i cospirazionisti. Certo però le facce di Trump e dei trumpiani (eccetto Marco Rubio) appena pochi minuti dopo la sparatoria alla cena di gala", allegando una foto alla conferenza stampa di Trump successiva all'attentato fallito. Quando si dice "Excusatio non petita, accusatio manifesta".
Hanno fatto peggio i loro colleghi americani come Steve Schmidt del Lincoln Project che ha accusato Trump di "avvelenare la retorica" e aver "meritato" l'odio aggiungendo "è un uomo vile e disgustoso" mentre un birrificio in Wisconsin ha offerto birra gratis per "celebrare" il gesto salvo poi fare marcia indietro.
Sui social invece una foto del sottosegretario alla difesa Pete Hegseth che sorride subito dopo l'attentato ha alimentato numerose teorie complottiste contribuendo alla tesi che la sparatoria sia stata una messa in scena e la parola "staged" è diventata virale, così come le dichiarazioni di Dana White, capo dell'organizzazione per le arti marziali miste e amico di Trump che lasciando l'hotel ha dichiarato ai media: "È stato fottutamente fantastico, mi sono goduto ogni singolo minuto, è stata un'esperienza folle e unica".
Come scrive il commentatore conservatore Michael Knowles: "È stato inscenato non è altro che un modo educato di dire che si desiderava che il tiratore avesse avuto successo".
Una delle immagini che ha più colpito nei momenti concitati dopo l'attentato è quella di Erika Kirk, la vedova di Charlie, uscire dalla sala scortata e in lacrime dicendo "Voglio solo tornare a casa". Nei suoi occhi il terrore di chi aveva già vissuto un momento simile in un attentato in quel caso riuscito e costato la vita a suo marito.
Anche nelle ore successive l'uccisione di Charlie Kirk nel dibattito pubblico americano e italiano non erano mancati i commenti di chi giustificava la sua uccisione o affermava: "Se l'è cercata". Il paradosso è che a rilanciare queste teorie sono gli stessi pronti ad accusare in ogni occasione Trump e la destra di complottismo.