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La Jebreal imparasse l'arte del silenzio

Prima il tweet delirante sul padre della Meloni, poi i piagnucolamenti contro i media razzisti, islamofobi e misogini. Se non sa chiedere scusa, che imparasse almeno a stare zitta

La Jebreal imparasse l'arte del silenzio

Se proprio sono incapaci di chiedere scusa per le boiate sparate sino ad oggi, imparassero almeno a praticare l'arte del silenzio. Perché a impilare scempiaggini una sopra l'altra, finiranno soltanto per essere sommersi. Tutti quanti soffocati dalla loro stessa idiozia.

Prendete Rula Jebreal. L'ha sparata davvero grossa, la scorsa settimana, su Twitter. Un post osceno, dal punto di vista sia giornalistico sia morale. Giornalistico perché basato su una cantonata senza precedenti. Di quelle che quando un giornalista c'inciampa, poi si sotterra per mesi. Probabilmente ancora stonata dalla sconfitta del centrosinistra alle elezioni, ha condiviso un articolo di Repubblica che, riprendendo un altro articolo (della stampa spagnola), raccontava del padre di Giorgia Meloni condannato per narcotraffico. Oltre al fatto che le colpe dei padri mai e poi mai devono ricadere sui figli (da qui l'immoralità del tweet), è risaputo che il padre se ne andò di casa quando la Meloni aveva un anno e che i due non si sono più visti da quando la figlia aveva undici anni. Insomma, strumentali e fuorvianti l'articolo della stampa spagnola e la ripresa di Repubblica. Ancora peggio il tweet della Jebreal.

Difficile pensare che Rula fosse all'oscuro di certi particolari della vita privata della Meloni. Ne ha parlato più volte la stessa leader di Fratelli d'Italia. E ne ha scritto anche Repubblica nell'epopea a puntate confezionata per demonizzare l'anima nera della politica italiana. Ma anche se le fosse sfuggito avrebbe dovuto documentarsi prima di tirare una testata così violenta all'avversario. Il sospetto che il fango fosse confezionato con dolo c'è e si corrobora dopo giorni e giorni di mancate scuse. Nonostante in tanti le abbiano suggerito di levare quel tweet, chiedere scusa e di piantarla lì, lei non solo non ha chiesto scusa né ha cancellato il post, ma ha accusato i media di averle lanciato addosso "un assalto razzista, islamofobo e misogino". E, poiché non c'è limite al peggio, un'altra badilata di fango oggi l'ha spalmata pure Gabriele Muccino che, sempre su Twitter, è corso a darle man forte parlando di "fascismo, abuso, prevaricazione" contro "una donna che ha osato toccare il potere bianco laddove per il colore della sua pelle non avrebbe mai dovuto commentare".

Un mare di scempiaggini, insomma. Nemmeno in campagna elettorale avrebbero dovuto sommergerci con tanti litri di liquame. A ridosso delle urne, però, i colpi bassi, quelli sotto la cintola, sebbene scorretti, sono scontati. Chi sa di aver già perso in partenza, le tenta tutte fino all'ultimo gong. Ma andare avanti ad oltranza a sbattere la testa contro il muro, colpendo sempre più forte nel tentativo di coprire l'eco delle assurdità sparate, non fa bene a nessuno. Né a chi le dà né a chi le riceve né a questa nostra democrazia.

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