Donne, pro Pal, pro ayatollah. Tutto in unico grande (e teoricamente antitetico) calderone. È questo lo scenario che ha raccontato un'Italia in ginocchio per la morte di Ali Khamenei. Ieri lo stivale ha visto, nuovamente, andare in scena l'asse tra sciiti e sunniti, la cui divisione è iniziata dopo la morte del profeta Muhammad nel 632 d.C. e si è poi radicalmente incancrenita.
Cortei che non chiedono più solamente di mobilitarsi per la causa palestinese, ma di prodigarsi per l'intero Medio Oriente. A Milano, infatti, c'è chi si è prodigato per l'ex Guida Suprema, con un presidio all'altezza di Piazza della Repubblica, lato via Turati, non lontano dal consolato Usa.
Lì decine di manifestanti si sono presentati con le foto dell'ayatollah e le bandiere della Repubblica islamica, hanno intonato cori e slogan "per commemorare la scomparsa della Guida suprema e chiedere lo stop all'aggressione contro l'Iran".
E se a sfilare c'erano l'Api di Mohammad Hannoun con gruppi antagonisti, dalla vetrina social è arrivato il predicatore islamico Brahim Baya che, allegando un post della Premier scrive: "Dite grazie alla coalizione Epstain e alla loro serva Meloni (usando l'emoji del melone ndr), impegnata a commentare la vicenda della famiglia nel bosco mentre noi pagheremo le avventure criminali dei suoi padroni".
Potevano mancare all'appello le transfemministe? Ovviamente no. E, infatti, quelle di "Non una di meno" hanno deciso di scendere in piazza in occasione dell'8 marzo, dimenticando però di ricordare le donne iraniane vittime del regime. Le loro simili cui è stato negato ogni diritto da parte della cosiddetta polizia morale. Innocenti che hanno subito fustigazioni, detenzioni, maltrattamenti, torture, ogni forma possibile di coercizione. Ma questo non viene gridato, perché c'è chi è "dotato" di una memoria selettiva per cui esistono donne di serie a e donne di serie b.
Ed è pur vero che non è una novità per i collettivi in questione, ma assume particolare rilevanza nei giorni in cui si svolge la guerra in Iran. Una guerra in cui le donne, coraggiosamente, hanno rischiato la loro pelle scendendo in piazza, protestando, gridando e chiedendo solo una cosa, la libertà. Ieri a Torino si è svolto il primo di una serie di cortei e mobilitazioni che coinvolgeranno 60 città in tutta Italia tra oggi e domani, quando si svolgerà lo sciopero nazionale transfemminista del settore pubblico e privato appoggiato dai Cobas, Cgil e altre sigle che coinvolgerà scuola, trasporti e sanità con lo slogan "le nostre vite valgono. Noi scioperiamo".
Nel mirino delle donne che fanno parte del collettivo ci sono le politiche del Governo sul contrasto alla violenza sessuale a cominciare dal disegno di legge della senatrice Giulia Bongiorno da "bloccare con ogni mezzo".
Nessun riferimento alle donne iraniane, ma in compenso sono le benvenute bandiere trans*, arcobaleno, antifa, pacifiste, palestinesi senza che però siano ammessi "comportamenti sessisti, omolesbobitransfobici e discriminazioni abiliste".
Forse sarebbe
il caso che, tra un asterisco e l'altro, fossimo noi a manifestare per fare incetta e poi donare una copia a scelta tra il dizionario Devoto Oli e lo Zanichelli e, perché no, un corso accelerato all'Accademia della Crusca.