L'agente scampato a Capaci. "Aiutateci a dargli una tomba"

Era nella scorta di Falcone, è morto povero in un incendio. E ora i colleghi fanno una colletta per sistemare il loculo

L'agente scampato a Capaci. "Aiutateci a dargli una tomba"

«Solo un caso mi ha salvato la vita: quel pomeriggio ero impegnato in tribunale, a Palermo». L'ex agente della Polizia di Stato in pensione Walter Cucovaz lo ripeteva spesso. E subito distoglieva lo sguardo dal suo interlocutore per fissare un punto lontano, un orizzonte noto solo a lui. Con l'atteggiamento di chi sa di trascinarsi dietro un destino segnato da quel genere di ricordi che non lasciano scampo. «Quel pomeriggio» infatti non è un giorno qualsiasi, ma il 23 maggio 1992, data della strage di Capaci, in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie e collega Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Cucovaz faceva parte infatti della scorta di Falcone e Paolo Borsellino. La consapevolezza, terribile, che l'ordigno di 500 chili di tritolo piazzato lungo l'autostrada A29 alle 17.57 nel tratto tra Capaci e Isola delle Femmine quel sabato avrebbe potuto ucciderlo; la coscienza di una sorte che aveva mescolato le carte in una folle roulette russa ammazzando i suoi colleghi e risparmiando lui, lo accompagnarono per sempre.

Quasi inevitabile per Cucovaz sprofondare nel baratro degli alti e bassi della depressione cronica, complice anche la solitudine e il suicidio di un collega amico. Fino al 31 dicembre 2017, quando la sua casa di Legino, in provincia di Savona, dove era nato il 18 maggio 1961 e si era ritirato una volta in pensione, andò in fiamme per colpa di una sigaretta che gli incendiò il materasso. E Cucovaz non riuscì a salvarsi. Il funerale lo pagò il Comune. A quell'epoca l'ex agente aveva 57 anni, un amministratore di sostegno e un sussidio di appena 300 euro.

Uomo dello Stato fino alla fine dei suoi giorni, ma proprio da quello Stato abbandonato, il poliziotto non può nemmeno riposare in pace. La sua tomba, al cimitero di Savona, è in condizioni pietose, poco più di un cespuglio di erbacce e terra con una lapide di plastica. Così Pietro, Antonio, Lucio, Paolo, Gino, Danilo, Giacomo, Cesare e tutti i vecchi colleghi della polizia di stato (85 in tutto) arruolatisi con lui a Bolzano nel dicembre 1981, stanno raccogliendo fondi per sistemarla e chiudere con dignità l'ultimo capitolo della triste vicenda umana del loro amico. «Era stato addestrato alla scuola Polgai di Brescia al reparto scorte ed aveva conseguito le specializzazioni in guida veloce, karate, judo, tiro al bersaglio e addestramento specifico alla protezione delle persone - racconta a Milano un suo amico, l'ispettore capo in congedo Pietro Marfia, che era nello stesso plotone di Cucovaz durante la fase di addestramento - Ricordo che nel giugno 1982 eravamo insieme a Roma durante una visita di Ronald Reagan. Dopo raggiungemmo Bergamo dove eravamo in servizio per un grosso processo alle Brigate Rosse. Nel 1983, a 22 anni, Walter venne destinato a Palermo inserito nella fase di protezione dei magistrati Falcone e Borsellino».

«Era sempre sorridente disponibile, educato e molto socievole. Ci faceva ridere come pazzi perché imitava Beppe Grillo alla perfezione! È morto solo e indigente, dopo aver lavorato sempre per gli altri. Noi colleghi non possiamo accettare che un uomo di così grande valore possa essere stato sepolto a quel modo, quasi non meritasse rispetto. Proprio lui, che del rispetto e della sicurezza per il prossimo aveva fatto la sua vita...».

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