L'America sceglie l'ipocrisia per non irritare i musulmani

Troppa paura di essere sospettati di islamofobia. Così Obama e i media si piegano ai terroristi

L'America sceglie l'ipocrisia per non irritare i musulmani

L'aria negli Usa è ormai questa: smussare gli angoli, lasciar perdere, consentire che l'islamismo estremo, gli attentati stessi vengano affrontati con un desolato ma non ostile scuotere del capo chiamando un attentato islamico «attentato di origine religiosa», una religione qualunque; gli episodi di violenza sono, nel Paese che ha subito l'11 di settembre, random , casuali, isolati come definì Obama gli eccidi di Charlie Hebdo e del supermarket Hyperkosher di Parigi. E del resto Obama al corteo di tutti i capi di stato per protestare contro il terrorismo non c'è andato. E i giornali americani non hanno pubblicato le vignette di Charlie Hebdo : sia la Cnn che il New York Times hanno seguito la strada del presidente: non irritare l'islam, non pubblicare le vignette, non farsi sospettare, Dio non voglia, di islamofobia. Anche se era del tutto evidente che i poveri dodici uccisi in redazione erano le vittime di un attentato di odio islamista, Obama è rimasto fedele al programma: al primo inizio del suo mandato annunziò che avrebbe cambiato il rapporto fra gli Stati Uniti e l'islam, sempre da lui ritualmente definita «religione di pace» anche quando gli attacchi si dimostravano decisamente preparati e studiati in nome del jihad , come quello di Boston o quello in cui un ufficiale nel 2009 uccise 4 commilitoni a Bagdad.

Adesso l'attacco di Dallas, cui la polizia ha risposto all'americana uccidendo i due che avevano attaccato la gara di vignette su Maometto, segna un'altra tappa nel dichiarare, in certo modo, fuori della corrente principale del Paese perché non ritenuta abbastanza politically correct : l'organizzazione aveva preso in affitto un'area del Culwell Center e aveva dovuto pagare 10mila dollari di tasca propria per la sicurezza. L'ha detto la sua presidente, la ferrigna signora Pamela Geller: la sua organizzazione e il suo blog «American Freedom Defense Initiative» propugna la lotta contro l'estremismo islamico. Geller aveva anche invitato il deputato olandese Geert Wilders, famoso per la sua lotta contro quella che vede come un'aggressione del mondo occidentale. Il consiglio del distretto aveva ritenuto che la Geller dovesse pagare di tasca sua, dunque perché riteneva provocatoria la manifestazione: e può essere ma il contenuto era perfettamente americano, in quanto vigorosa dichiarazione della libertà di espressione. Si sa, quando mette alla berlina santi e persino Gesù Cristo e la Madonna non è un problema; lo diventa quando mette in giuoco Maometto e scorre il sangue a rivoli, come accadde nel 2005 col Jilland Posten e adesso a Parigi

Il distretto di Garland ha rifiutato di difendere come fatto normale di libera espressione la manifestazione della Geller, come se la libertà di espressione fosse confinata al di qua del recinto islamico. Ma l'esempio più eclatante è stato quello del premio Pen per il coraggio, che verrà consegnato oggi con una serata di gala, il top della letteratura. Il premio è stato assegnato a Charlie Hebdo , scelta assai ragionevole per chiunque creda nella libetà di pensiero, anche se magari le vignette possono urtare il gusto di qualcuno: di fatto tutti quei musulmani, preti, rabbini disegnati come mostri non sono mai piaciuti a tutti, ma qui che importava? Invece come è noto sei importanti letterati hanno annunciato che non avrebbero partecipato alla premiazione, anche personaggi famosi come Francine Prose o Taiye Selasi. Lo hanno spiegato talvolta con assurde osservazione, la Prose ha paragonato l' Hebdo a Goebbels. Per fortuna e per coraggio il grande disegnatore e letterato vincitore di Art Spiegelmann, l'inventore di «Maus», storia della Shoah a fumetti ha accettato insieme altri cinque di sostiture i virtuosi assenti. Anche Salman Rushdie e Paul Auster si sono associati al gesto «contro la corrente fanatica dell'islam che cerca di spaventarci tutti». Fanatica sì, ma random , per favore.

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