Lamorgese rimane al Viminale, ecco quale sarà la linea sull'immigrazione

Negli uffici del Viminale si applica una linea di continuità: rimane Luciana Lamorgese. Ecco cosa può cambiare nella linea sull'immigrazione

Lamorgese rimane al Viminale, ecco quale sarà la linea sull'immigrazione

Al via la nuova stagione politica dopo la fine dell'era Conte. Più partiti che fino alle settimane scorse erano agli antipodi, oggi si trovano a condividere lo stesso percorso all’interno dell’esecutivo. I nuovi attori della maggioranza hanno dovuto deporre le armi su molti argomenti per una pacifica convivenza all’interno della nuova compagine governativa. Sull’immigrazione potrebbe è prevalsa una linea di equilibrio tra Lega e Pd: questo è dimostrato dalla conferma al Viminale di Luciana Lamorgese.

Al ministero dell’Interno la conferma di Luciana Lamorgese

Nessuna novità al Viminale con la formazione del governo Draghi: Luciana Lamorgese è dentro all’esecutivo e sarà ancora una volta il ministro dell’Interno. Originaria della Basilicata con in tasca una laurea in giurisprudenza, prima di arrivare a ricoprire l’incarico ministeriale è stata prefetto a Venezia dal 2010 al 2012 e poi a Milano dal 2017 al 2018. La svolta nella sua carriera è arrivata nel 2013 quando, l’ex ministro dell’Interno Angelino Alfano, l’ha nominata capo di Gabinetto del ministero dell’Interno. La Lamorgese è diventata capo del Viminale nel settembre del 2019 con l’insediamento del governo Conte bis. Dopo la crisi del governo giallorosso iniziata il mese scorso e, l’accettazione con riserva della formazione della nuova compagine governativa da parte di Mario Draghi, nulla è stato dato per scontato quanto al nome dei nuovi ministri.

Sono state giornate in cui avanzare pronostici e toto ministri è stato pressoché superfluo e inutile dal momento che non sono trapelate indiscrezioni. Adesso la Lamorgese tornerà negli uffici che già conosce ma quasi certamente con un lavoro tutto da rifare visti gli scarsi obiettivi raggiunti sul fronte immigrazione. Solo a metà gennaio infatti in audizione alla Commissione Politiche dell'Unione europea del Senato, il ministro dell’interno ha ammesso implicitamente il fallimento dell’Italia a livello europeo. Tutto ciò è stato confermato dal Patto europeo sull’immigrazione presentato a settembre dal presidente della commissione europea Ursula Von Der Leyen. Nel documento non si parla né di annullamento del trattato di Dublino né di meccanismi automatici sui ricollocamenti, obiettivi che rappresentavano la nuova sfida del governo giallorosso sin dal momento dell’insediamento.

La svolta di Matteo Salvini

Quelle che hanno preceduto la formazione del nuovo governo sono state giornate all’insegna degli incontri politici dove nessun leader si è esposto più del dovuto. Sotto l’influenza di un Mario Draghi che ha mantenuto il silenzio evitando di far circolare nomi e voci che si sarebbero poi potuti rivelare infondati, gli esponenti dei vari partiti si sono manifestati cauti. Nessun programma, nessun motto e un atteggiamento prudente in attesa dell’ufficialità del nuovo esecutivo. Ad emergere certamente l’imbarazzo del Pd dal momento in cui è arrivato il sì della Lega a Draghi. Dal Carroccio inoltre è arrivata anche la svolta europeista con un Matteo Salvini propenso all’adozione della legislazione europea sul tema immigrazione. I modelli ipotizzati dal leader della Lega sono quelli che ricalcano il sistema francese, tedesco o spagnolo per coinvolgere l’Europa ad una maggiore presenza in Italia. Per quanto riguarda poi la politica interna, in un incontro con il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, è stata ribadita la disponibilità a dar vita al nuovo governo: “Non poniamo veti e non diciamo No pregiudiziali- si legge in una nota della Lega- Responsabilità, velocità ed efficienza, noi ci siamo”. Poche le parole espresse nell’incontro con Berlusconi a proposito dell’immigrazione.

Quale sarà la linea di Draghi sull'immigrazione?

Sono molto pochi gli esponenti politici che si sono voluti sbottonare in questi ultimi giorni. Le indiscrezioni sono rimaste confinate alle stanze delle segreterie e dei gruppi parlamentari. Per cui anche comprendere il tipo di linea che il nuovo presidente del consiglio vorrebbe attuare su un tema delicato, quale quello dell'immigrazione, è apparso molto arduo. Qualcosa però è possibile rintracciare grazie alle dinamiche politiche e mediatiche successive all'incarico dato a Mario Draghi. Il primo aspetto della nuova politica sull'immigrazione, riguarderà senza dubbio l'Europa. Sarà in questa sede che l'Italia, rimasta isolata soprattutto negli ultimi mesi del governo giallorosso, proverà a far avanzare le proprie prerogative. E la speranza, da parte di una fetta importante della nuova maggioranza, è riposta nella credibilità internazionale del nuovo inquilino di Palazzo Chigi.

Sul fronte interno invece, dovrebbe prevalere un sostanziale equilibrio tra le varie componenti dell'inedita coalizione. In particolare, non dovrebbero essere toccati i decreti sicurezza riformati dal Conte II ad ottobre. Lo si è potuto intuire anche dalle parole rilasciate da Matteo Salvini su Avvenire: “A me basta, a legislazione vigente – si legge nelle dichiarazioni dell'ex ministro dell'Interno – una politica seria di controllo e verifica di chi entra nel Paese. Non stiamo a smontare e rimontare decreti”. Tra Lega e Pd, i due partiti più distanti sull'immigrazione, il punto di equilibrio dovrebbe essere proprio questo: dare una sorta di mandato a Draghi in Europa ed evitare nuovi stravolgimenti normativi interni.

Lo sguardo ai modelli di controllo in Europa

Sempre dal vecchio continente potrebbero essere emulati alcuni principi già applicati in altri Paesi. Anche in questo caso è stato Matteo Salvini ad indicare implicitamente la strada: “Su espulsioni, respingimenti e controllo dei confini – ha dichiarato il leader della Lega – possiamo seguire l’esempio di Spagna, Germania o Francia che sono decisamente più severe di noi”. Rumors tra i corridoi di Montecitorio, hanno fatto trapelare un Pd tutto sommato non così ostile a questa linea. Del resto, nel governo uscente sia Luigi Di Maio che Luciana Lamorgese avevano parlato a più riprese di un piano per facilitare i respingimenti.

Per capire però in che modo programmi del genere verranno attuati, occorrerà aspettare. Da un lato bisognerà attendere che strada intraprenderà il nuovo corso del Viminale, dall'altro sarà necessario comprendere la natura della linea che verrà indicata da Palazzo Chigi. Potrebbe prospettarsi un approccio molto vicino a quello della Spagna, contrassegnato da accordi molto forti con i Paesi vicini (soprattutto Marocco ed Algeria) sia sui controlli che sui respingimenti. Oppure si potrebbe virare verso un modello di potenziamento dei controlli già visto in Francia o Germania. Madrid, Parigi e Berlino hanno in comune il fatto di essere retti da governi non euroscettici. Da qui le possibilità di Draghi di far convergere su queste linee l'intera maggioranza.