Una delle priorità di Silvia Salis quando è stata eletta sindaco di Genova era fare della sua città un luogo dove "ogni persona potesse essere riconosciuta". E così la sindaca ha pubblicato l'avviso per l'incarico mirato alle "politiche inclusive e contro ogni forma di discriminazione" per fare di Genova una meta accogliente e sicura per il mondo Lgbtqia+. Per la delicata gestione dell'incarico triennale con 156mila euro di compenso era necessaria una professionalità qualificata, e la scelta è caduta su un'avvocata pratica in questioni Lgtbqia+, una figura che si poteva supporre particolarmente inclusiva e sensibile. Magari lo è, ma non con tutti. Infatti la responsabile del pionieristico ufficio antidiscriminazione, Ilaria Gibelli, ha postato uno schemino nel quale associava una statistica sulla percentuale di cattolici tra gli elettori dei vari partiti a una sua sagace considerazione: "Non fa una piega. I partiti più cattolici sono quelli più omofobi, transfobici, razzisti, islamofobi e maschilisti". A parte l'opinabilità del commento, lo sconcerto è sull'inopportunità di esprimere una contrapposizione ideologica, razzista e becera, da parte di chi è pagato con risorse pubbliche proprio per difendere il sacrosanto principio di inclusività. L'insulto è ingiusto nei confronti di una Chiesa che condanna fermamente qualsiasi atto discriminatorio verso ogni Persona Humana, quella che considera il razzismo un grave peccato perché contraddice il principio dell'unità del genere umano e della comune origine in Dio, che mira al dialogo con l'Islam nonostante le notevoli differenze valoriali in ambito di diritti civili, libertà personali e parità di genere.
Il suo ufficio contro la discriminazione poteva germogliare solo in un paese cattolico, cara avvocato dei diritti "non per tutti". E la Salis farebbe bene a riconsiderare i suoi collaboratori perché una persona pagata per unire non può dividere.