L'Economist rompe il tabù: "Votate No al referendum"

Mentre tutti i quotidiani finanziari evocano scenari apocalittici, il settimanale rivela cosa c'è davvero dietro la riforma

L'Economist rompe il tabù: "Votate No al referendum"

Dal Wall Street Journal al Financial Times, dai guru agli "sponsor" dello spread. Il mondo della finanza sembrava compatto nell'agitare lo spauracchio del tracollo nel caso in cui gli italiani il prossimo quattro dicembre boccino le riforme costituzionali messe a punto dal governo Renzi.

Ma finalmente c'è una voce dissonante che rompe il tabù. E lo fa con un lungo articolo che lascia ben pochi dubbi a partire già dal titolo: "Perché l'italia dovrebbe votare No al referendum", scrive oggi l'Economist. "Questo giornale ritiene che gli italiani dovrebbero votare no", si legge nell'editoriale a corredo di un servizio sulla situazione politica italiana nel numero di questa settimana, "La modifica alla costituzione promossa da Renzi non affronta il problema principale, cioè la riluttanza dell'Italia a fare le riforme, e offende i principi democratici. A cominciare dal Senato che non sarà eletto. Al tempo stesso la legge elettorale che Renzi ha fatto approvare per la Camera conferisce un potere immenso a qualunque partito che consegua una maggioranza nella camera bassa e, attraverso diversi meccanismi, garantisce che il più grande partito comanderà con il 54% dei seggi mentre il primo ministro avrebbe un mandato per i prossimi cinque anni".

E non solo: "Le dimissioni di Renzi non sarebbero la catastrofe che molti in Europa temono", dice senza mezzi termini il settimanale. Che invece dà la colpa del clima che si è creato poprio al premier italiano: "Ha creato la crisi collegando il futuro del governo al test sbagliato". "Gli italiani non avrebbero dovuto essere ricattati", spiega l'Economist, "Renzi avrebbe fatto meglio a battersi per migliori riforme strutturali". Come quelle del sistema giudiziario e della scuola.

E dopo Renzi? "L’Italia potrebbe mettere insieme un governo tecnocratico, come molte volte è accaduto in passato. Se, tuttavia, la sconfitta referendaria dovesse scatenare la fine dell’euro, significa che la moneta unica era così fragile che una sua distruzione sarebbe stata solo questione di tempo".

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