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Legge elettorale, la maggioranza prova a correre

Le riunioni da Fdi e il finto nodo preferenze. E con la riforma, Conte punta al Quirinale

Legge elettorale, la maggioranza prova a correre
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da Roma

L'accelerazione è concreta. E al netto dei dettagli - termine in verità improprio, vista la delicatezza della materia - la maggioranza presenterà il testo della riforma elettorale a breve. Forse già la prossima settimana alla Camera, certamente prima del referendum sulla separazione delle carriere in agenda il 22 e 23 marzo. Perché, dopo una lunga valutazione dei vari pro e contro, Giorgia Meloni sarebbe arrivata alla conclusione che le due partite debbano viaggiare autonomamente, senza dare il pretesto all'opposizione di poter dire che la volontà di cambiare il sistema di voto è frutto dell'esito del voto sul referendum, qualunque esso sia. Eppure, nonostante Fdi stia spingendo sull'acceleratore, le diversi riunioni che ieri si sono succedute a via della Scrofa tra gli sherpa dei partiti di maggioranza non sono arrivate a trovare un punto di caduta comune. Almeno fino a sera. Giovanni Donzelli per Fdi, Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio per Forza Italia e Roberto Calderoli e Andrea Paganella per Lega, si sono incontrati prima alle 12 (per oltre tre ore) e poi alle 18.30 (fino a tarda sera) per cercare di arrivare a una quadra. Su cui, in verità, sia Antonio Tajani che Matteo Salvini preferirebbero prendere altro tempo. A differenza di Fdi, visto che solo 48 ore fa Francesco Filini, deputato e responsabile dell'ufficio studi del partito, non ha fatto mistero di sperare che "prima della pausa estiva si faccia una legge elettorale che consenta a chi vince di governare per cinque anni".

Fatto l'impianto ormai condiviso di un proporzionale con premio di maggioranza che scatta sopra il 40% (ieri ne hanno parlato pubblicamente sia Tajani che il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani), i nodi da sciogliere restano preferenze, ballottaggi, quote per l'assegnazione del premio tramite listino, grandezza dei collegi. Ed è esattamente su questi punti che gli sherpa si stanno confrontando da giorni in una sorta di consultazione permanente. Della quale vengono aggiornati quasi in tempo reale i rispettivi leader di partito.

In realtà, la questione preferenze, che sembra essere uno dei dossier più delicati, difficilmente regalerà sorprese. Meloni le ha sempre teorizzate - e il presidente del Senato Ignazio La Russa ne è convinto sostenitore - ma difficilmente le resistenze della Lega (meno di Forza Italia che è più strutturata rispetto ai cosiddetti portatori di voti) e quelle di tutti i parlamentari pronte a bocciarle nel voto segreto saranno mai superate. Anche perché le preferenze provocherebbero scossoni anche in partiti delle dimensioni di Fdi e Pd, ragione per cui la maggioranza non disdegna che la questione sia trattata in Parlamento.

Sullo sfondo, un dettaglio che nel centrosinistra accende i desideri del M5s.

Con una riforma proporzionale con premio, infatti, se mai davvero nel 2027 si riuscisse a vincere anche solo con un voto in più Elly Schlein diventerebbe premier con una maggioranza parlamentare blindata. E con il Pd a Palazzo Chigi, nel 2029 Conte - che nel frattempo avrebbe ovviamente optato per la presidenza della Camera o del Senato - diventerebbe il candidato naturale del centrosinistra al Quirinale.

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