Leo, tecnico dal volto umano che sfida Gualtieri cantando De Gregori

Un tecnico dal volto umano. Ecco Maurizio Leo, il candidato del centrodestra che sfiderà il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri alle suppletive del primo marzo. Sono due visioni a confronto, da un lato quella del "ce lo chiede l'Europa", dall'altro quella dei "patrioti"

Leo, tecnico dal volto umano che sfida Gualtieri cantando De Gregori

Troppo spesso ci hanno raccontato i "tecnici" come personaggi grigi e senza cuore. Entità lontane anni luce dal Paese reale. Presenze che, al di là delle loro scrivanie, coltivano un'unica ossessione: quella per i conti. E in nome del pareggio di bilancio sono pronte a spargere lacrime e sangue. Eppure la "techné" per gli antichi era una virtù. E aveva una dimensione umana: la padroneggiavano artigiani e operai. È l'arte del popolo. Ed è forse questa la prerogativa più interessante di Maurizio Leo, classe 1955, il tecnico dal volto umano che sfiderà ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, dalemino doc, alle suppletive del primo marzo.

Non a caso, quando gli chiediamo quale canzone sceglierebbe come leitmotiv della sua campagna elettorale, lui dice sicuro: "Viva l'Italia di De Gregori". La canzone manifesto dell'Italia che non muore, che lavora e s'innamora. L'Italia unita. Mica la "Bella Ciao" scelta dal ministro dell'Economia nella ormai celebre performance musicale fatta al web talk Alta Fedeltà. "Vengo da un'esperienza tecnica, ma il cuore ce l'ho", assicura. E l'ha anche dimostrato. "Sono stato dirigente generale per nomina governativa e mi sono sempre occupato di tematiche fiscali, ma non ho esitato a lasciare il 'posto fisso' quando sono andato in collisione con il centrosinistra", racconta. Erano i tempi dell'Irap, "un'imposta sbagliata - ricorda Leo - che non faceva dedurre il costo del lavoro". Lui, invece, crede che un fisco "equo e non oppressivo" è possibile. E così torna alla sua vecchia professione, quella dell'avvocato tributarista, insegnando anche ai reparti della guardia di finanza.

È rimasto in panchina per quasi dieci anni. Oggi torna in campo, chiamato da Giorgia Meloni a confrontarsi con una sfida affatto facile. Il collegio di Roma Centro è un terreno minato. È una roccaforte del Partito Democratico. E infatti a marzo 2018 per Paolo Gentiloni fu un plebiscito, il deputato uscente incassò il 42 per cento delle preferenze. Una scommessa troppo grande? Non per Leo, convinto che la sua ricetta economica sia (con)vincente. "E poi - dice - se tutti ci disinteressassimo alle sorti del Paese, si andrebbe a fondo". È sicuro di essere l'uomo giusto e il pedigree di Gualtieri (che ha già incassato l'endorsement dei "poteri forti") non lo soffre. "È un professore di storia contemporanea, rispettabilissimo, però per trattare la materia economica fiscale bisogna avere esperienza".

La prima cosa che vorrebbe fare, ci confessa, è alleggerire i contribuenti. Come? Smantellando il reddito di cittadinanza. "Con l'eliminazione del reddito di cittadinanza si recuperano sette miliardi, che permetterebbero di ridurre le aliquote Irpef da cinque a tre, aiutando le fasce più deboli". "Dare soldi a pioggia a chi ha una Ferrari parcheggiata in garage o non vuole lavorare non ha senso". La povertà è una cosa seria, e Leo ci tiene a puntualizzare: "Ai veri indigenti debbono essere garantiti dei sussidi, con risorse erogate agli enti locali". Lui, candidato unico di un centrodestra che in queste settimane è andato in collisione, è ben consapevole della portata di questo voto. "Non si combatte per la poltrona - dice - ma per una visione". Da un lato quella del "ce lo chiede l'Europa", dall'altro quella dei "patrioti". "Siamo chiamati a dare un segnale importante, se il ministro dell'Economia non dovesse farcela, sarebbe una bocciatura alle politiche economiche del Governo", ricorda. Per tornare a De Gregori, allora, "viva l'Italia che non ha paura".