Il mondo corre veloce mai come in passato. Una rapidità che travolge luoghi comuni, alleanze, teorie, ideologie. Stravolge la Storia. Spuntano guerre più lunghe dell'ultimo conflitto mondiale. Addirittura in quell'Europa che ha goduto di ottant'anni di pace. Donald Trump fa e disfa alla rinfusa. Flirta con Putin e poi con Xi, ma non riesce a uscire ad quel cul-de-sac che per lui è la guerra in Iran. Sia pure in maniera maldestra The Donald però è un attore mondiale, come lo è Putin e lo è Xi. Sull'Air Force One si è portato dietro a Pechino trenta manager che equivalgono a metà del Pil dei paesi Ue.
Queste sono le dimensioni con cui si sta al mondo oggi, quelle che ti permettono di avere una poltrona nel nuovo ordine globale.
Per ora l'Europa quel diritto di sedere tra i grandi non lo ha conquistato: da Bruxelles non è partito un Airbus con i rappresentanti dei più grandi gruppi del Continente alla volta della capitale cinese. La Ue è la grande sconfitta. Il paradosso è che avrebbe tutte le potenzialità per avere un posto d'onore nel governo del mondo, ma è divisa e bloccata da un assetto istituzionale anacronistico che le impedisce di decidere con i tempi che impone il momento. È ai margini. In balia delle decisioni altrui. In una condizione di emergenza perché non può più contare sulle alleanze di un tempo e nessuno è disposto (Trump docet) a concederle le sinecure del passato: militari, economiche, politiche che siano. Come dice Draghi deve destarsi dal letargo, dall'ozio prima che sia troppo tardi. Sempreché non lo sia già.
Non si tratta di retorica, l'europeismo d'antan e il sovranismo hanno fatto il loro tempo, ma di uno stato di necessità. Un obbligo non un'opzione dettato dall'istinto di sopravvivenza. Perché il Vecchio Continente ha una sola strada davanti, si chiami federalismo pragmatico alla Draghi o sovranismo europeo, se vuole davvero contare ancora e non ridursi a colonia: l'Unione deve imparare a decidere, a scegliere, ad essere un unico soggetto capace di difendere i suoi interessi e, contemporaneamente, di mediare e proteggere quelli dei suoi Stati membri. Lo si faccia in 27 o in meno poco importa. L'importante è fare oggi un salto di qualità.
Per cui è paradossale (come ha fatto due giorni fa la Meloni) mettere in dubbio l'opportunità di abolire il diritto di veto degli Stati nelle decisioni dell'Unione: basta scorrere gli avvenimenti dell'ultimo anno e mezzo per comprendere che dovrebbe essere un passo scontato. Anche perché già ora ci vuole molto di più per assicurare un futuro all'Unione.