L'incubo: essere ritenuto complice

L'ex leader Anm può avere contraccolpi dall'arresto di Amara

L'incubo: essere ritenuto complice

Non è andato al Palazzaccio, Luca Palamara. C'è il suo legale, Roberto Rampioni, all'udienza a porte chiuse davanti alle Sezioni unite civili della Cassazione e per quasi 4 ore spiega il ricorso contro la radiazione dalla magistratura, decretata ad ottobre dalla sezione disciplinare del Csm.

Aspetta nella sua casa ai Parioli, l'ex di tutto ormai: ex presidente dell'Anm, ex consigliere del Csm, ex pm di Roma, ex magistrato in definitiva. Ma all'espulsione Palamara non si arrende. Spera che l'aria al Palazzaccio spiri in suo favore, che tutto si possa ribaltare. Non è lui il demiurgo delle cose impossibili, che tante volte è riuscito a incanalare fatti e notizie in suo favore? Se andasse male in Cassazione, è già deciso, si proverà con il ricorso a Strasburgo e si cercherà la revisione (meglio, la ricusazione) dell'espulsione.

Mentre la tensione è alle stelle, arriva a Palamara la notizia dell'arresto di Piero Amara, presentato dai pm di Perugia come suo grande accusatore. Come peserà sul piatto della bilancia, soprattutto per le contestazioni di corruzione che deve affrontare? L'avvocato faccendiere perderà quel poco di credibilità che gli è rimasta, anche nella «collaborazione» con i pm di Milano sulla presunta loggia Ungheria, che ha portato allo scandalo dei verbali secretati arrivati al Csm e poi ai giornali grazie al «corvo»? Oppure il suo profilo uscirà più definito dall'ultima inchiesta, rafforzando l'accusa che Palamara sai stato suo complice e sodale?

Tanti interrogativi, anche quello sul fatto che questo Amara venga utilizzato in modo diverso dalle procure, quattro o cinque che se lo rimpallano, con un ruolo di volta in volta di valido collaboratore, come a Milano e Perugia e di corruttore a Potenza, che lo arresta dopo che da altri guai è uscito grazie al patteggiamento. Potrebbe riaprirsi ora il caso dell'esposto di Stefano Fava al Csm: anche il pm di Roma voleva arrestare Amara, in contrasto con i suoi capi e per questo è finito nei guai a Perugia. Un po' come il collega milanese Paolo Storari (sotto inchiesta disciplinare), che al Csm si lamentava che i vertici non gli facessero verificare le dichiarazioni di Amara sulla loggia, mostrando i verbali. Bisognerà vedere come i fatti di Potenza avranno impatto sulle scelte della Cassazione, di Perugia e non solo...

All'udienza al Palazzaccio, curioso, per l'accusa si presentano i sostituti Pg Carmelo Sgroi e Simone Perelli, manca Pietro Gaeta, principale accusatore di Palamara al Csm, quello che lo definì «regista» di tutte le nomine. Non che il ricorrente si sia fatto benvolere. In Cassazione, raccontando nel libro con Alessandro Sallusti «Il Sistema» che il Pg Giovanni Salvi aveva voluto incontrarlo perché sostenesse la sua scalata, che la carriera di Perelli non era estranea alle spartizioni correntizie e che Gaeta cercò il suo appoggio «per la nomina ad Avvocato generale dello Stato e per superare una questione di incompatibilità a Reggio Calabria tra la sorella Rosalia e il presidente della Corte d'appello Gerardi». L'accusa, comunque, resta sulla sua linea e respinge il ricorso in otto punti. Dice il Pg che se ci saranno fatti nuovi e la prova delle intercettazioni si rivelerà falsa, per l'uso illegittimo del trojan, l'interessato potrà chiedere la revisione. «Qui, però, si giudica dei fatti in questo momento». Per la sentenza bisognerà aspettare settimane.

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