Quattro anni dopo. Il tempo olimpico ha lancette lunghe e non è mai neutro, ogni tanto diventa geometrico. Si piega, arrotonda, torna indietro, si ripresenta nello stesso punto come una sciabolata e di solito ha una faccia diversa ma non così diversa. Allora è un attimo riconoscere cose già viste, sensazioni già vissute, pagine già lette sui Giochi costretti a fare lo slalom tra i paletti della guerra e delle tensioni geopolitiche. È così dalla notte dei tempi delle Olimpiadi moderne e forse, senza, non sarebbero neppure olimpiadi. Anche se stavolta qualcosa è davvero cambiato.
Quattro anni fa, Pechino, lo stadio a Nido d'Uccello, quello che aveva celebrato i Giochi del 2008, otto agosto duemilaeotto, perché l'otto è numero di prosperità e fortuna per i cinesi e sarebbe stato così. Quattro anni fa, cerimonia d'apertura, nella tribuna d'onore, uno accanto all'altro, Vladimir Putin e Xi Jinping. Non si trattava solo di sport, ma lo speravamo. Due uomini, due Stati, un'immagine e un futuro che ora conosciamo meglio. Putin era andato a Pechino non per lo sport. Xi lo aveva ricevuto non per lo sport. Cinque cerchi come cornice di equilibri, alleanze, protezioni. Poi il testimone passò a noi, all'Italia, a Milano Cortina ancora ignara di ciò che sarebbe accaduto una manciata di giorni dopo la chiusura di quelle olimpiadi: l'invasione dell'Ucraina.
Adesso, quattro anni dopo, il mondo arriva ai Giochi spezzato in molti fronti; sembra un cantiere aperto dove è difficile muoversi, dove è facile inciampare tra impalcature oscillanti piene di ostilità. Ma è sempre stato così. Da Stoccolma 1912 prima della Grande Guerra ad Anversa 1920 subito dopo; da Berlino 1936 prima del Secondo conflitto mondiale a Londra 1948 con la città ancora in macerie. E avanti allo stesso modo in questo tempo ricurvo cadenzato ogni quattro anni da Giochi e guerre, Giochi e guerre. Solo che adesso, quattro anni dopo Pechino, qui nel cuore di una Milano comunque distratta, o forse solo abituata ai grandi eventi, qui circondati dal monte soffice di neve caduto a Cortina, qui per la prima volta nella storia dei Giochi il mondo non è più lo stesso mondo. E non lo è soprattutto per l'Europa. Perché è la prima olimpiade in cui gli Stati Uniti non vengono percepiti come alleato di sempre, riflesso automatico, fratello maggiore. Non è solo questione di dazi e di Groenlandia, di tensioni geopolitiche o di schieramenti politici che vivono le cose del mondo da tribune opposte. A livello sportivo sta succedendo qualcosa di più sottile e inquietante, sta lievitando una distanza emotiva che cambierà il modo di tifare: è la consapevolezza di un'America che ci guarda in altro modo. Un'America che ci abbandona, secondo alcuni; un'America che ci sprona, secondo altri; un'America anch'essa confusa che si nasconde ai suoi fratelli minori cambiando il nome dell'hospitality a Milano da Ice House a Winter House, un'America per cui la finale dell'hockey non è più Usa-Urss ma Usa-Canada.
Per questo domani, a San Siro, 2,5 miliardi di persone assisteranno a una cerimonia che non è solo una festa, ma uno specchio dove si riflette un mondo che guarda preoccupato un braciere accendersi, chiedendosi cosa succederà poi.