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L'inverno di Khamenei tra rancore e terrore

Il destino della rivolta è ancora da scrivere ma anche polizia e militari ora hanno dubbi

L'inverno di Khamenei tra rancore e terrore
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Tutto può essere in queste ore. Khamenei parla di nemici che fomentano la folla, fa il duro, ma si capisce che è spaventato, anche se ancora non ha mandato fuori i mastini, le Guardie della Rivoluzione, i soldati e la polizia rastrellano le strade trascinando in prigione i manifestanti di tutte le città, i morti sono ancora decine a quel che si sa, ma la minaccia fa vibrare le IRGC: i ribelli devono essere ricacciati al loro posto, ha detto il capo supremo, mentre (messaggio moderato) ammette che c'è qualche guaio economico. Ma sa bene che non si tratta più di questo: la folla grida "morte a Khamenei", il cambio di regime è all'ordine del giorno; alle dimostrazioni partecipano tutti, non solo studenti o solo donne, tutti sono per strada, di ogni sesso, età e classe sociale. L'Iran non ne può più del regime che lo sovrasta di regole islamiste e di lontane guerre terroriste che ne fanno lo stato più canaglia del mondo. La fame e la sete lo attanagliano. Rispetto ai più dei mille morti nelle strade nel 2009 e poi del 2022, il regime ha qualche problema a sparare ad alzo zero sulla folla. Questo problema si chiama Donald Trump. Le minacce non sono più chiacchiere. Su Truth Social, dice il Presidente: "Se l'Iran spara e uccide con violenza pacifici dimostranti secondo il suo costume, gli Stati Uniti verranno a salvarli"; pochi mesi or sono, dopo i 60 giorni dell'ultimatum sull'accordo nucleare a metà giugno, nel 61esimo giorno, gli F15 volarono insieme agli aerei da guerra israeliani fino a Fordow, Ishfahan, Natanz, per la guerra dei 12 giorni. Adesso Trump non parla di Iran, ma è in pista, e Maduro non occupa tutto l'orizzonte: sta costruendo, piaccia o meno, una nuova dottrina Monroe per cui i pericoli si affrontano e non si scansano. Pensa che Obama sbagliò quando abbandonò i ribelli iraniani del 2009. Ora dunque non vuole abbandonarli, forse aspetta che gli ayatollah si pieghino. Ma è difficile che possa accadere: una rinuncia politica sarebbe subito teologica, e non politica, sbagliato pensare che l'Islam possa trattare, o arrendersi. Preferisce il martirio. Intanto si legge, ma non c'è conferma, che 74 aerei siano atterrati a Teheran con armi e combattenti bielorussi russi e cinesi, il grande schieramento antiamericano, Russia e Cina accanto alla jihad. Trump non ha mai detto "regime change", ma potrebbe diventare necessario. Si disegnano grandi schieramenti, e non solo generiche affermazioni di amore per la libertà. Maduro era in stretto contatto con Khamenai e con i capi di Hamas e degli Hezbollah. Durante la rivolta del 2009, si sa che il Venezuela divenne la terra rifugio dove scelse di riparare l'apparato clericale e dell'IRGC. L'odio di Maduro per gli ebrei è noto, e non è solo. Il vicepresidente Delcy Rodriguez ha parlato di "impronte sioniste" sull'operazione. Stupidaggini complottiste che servono solo a mettere in pericolo di vita gli ebrei venezuelani, fra i 4000 e gli 8000, che rifiutano di parlare alla stampa. Forse a Mar a Lago, dove Netanyahu si trovava nei quattro giorni in cui Trump ha rimandato l'attacco al Venezuele a causa del tempo atmosferico, ne hanno parlato insieme. Ma cosa succederà nei prossimi giorni è difficile prevedere: solo il popolo iraniano ne ha le chiavi. L'alternativa deve sorgere dal popolo. L'Ayatollah non può essere involato su un elicottero come Maduro, la natura islamica del Paese non consente trattative con un paese occidentale, di cultura giudaico cristiana.

Il futuro si riserva ancora sorprese in un mondo che cambia di minuto in minuto: certo Putin e Xi Jinping in queste ore non sono allegri. Il secondo ha perso importanti amici petrolieri, il primo rischia di non aver più quei bei droni contro Zelensky.

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