No, grazie. E un rilancio. È questa la reazione dell'Iran alla proposta statunitense di tregua nella guerra iniziata con l'attacco del 28 febbraio che ha decapitato (ma non annientato) il regime degli ayatollah.
Teheran ha inviato al Pakistan la sua risposta al piano in 15 punti di Washington, considerato "in alcun modo accettabile per noi", come dice Esmail Baghaei, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, citato dall'agenzia di stampa statale Irna. Per Baghaei i negoziati per porre fine al conflitto sono "incompatibili con ultimatum e minacce di commettere crimini di guerra".
La risposta iraniana prevede anche un contro-piano "in 10 punti", come riferisce l'agenzia Irna citata dai media israeliani, che "respinge il cessate il fuoco, sottolineando la necessità di una fine definitiva del conflitto". Tra i dieci punti sciorinati dall'Iran ci sono la fine dei conflitti nella regione, un protocollo per il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, i risarcimenti per i danni subiti da Teheran e la revoca delle sanzioni. Una risposta "massimalista" secondo una fonte statunitense citata da Axios, che "non è chiaro se consentirà progressi verso una soluzione diplomatica". La risposta degli ayatollah sembra, in realtà, più che un vero passo verso il cessate il fuoco una provocazione che nasconde l'intenzione di preparasi a una guerra molto lunga, come ha ricordato ieri il portavoce delle forze armate Mohammad Akraminia: "Siamo in grado di continuare e gestire a lungo termine l'attuale guerra con gli Stati Uniti e Israele finché i funzionari politici e di alto rango lo riterranno necessario". E ancora: "Il nemico deve essere punito e deve pentirsi amaramente delle sue azioni, perché dopo la guerra dobbiamo raggiungere un livello di sicurezza tale da non doverne affrontare un'altra".
Ieri la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei (nella foto) in un messaggio ha affermato che "gli assassinii e i crimini non scalfiranno la causa jihadista delle forze armate iraniane" e poi ha ricordato Majid Khademi, il capo dell'intelligence dei pasdaran ucciso ieri da un attacco israelo-statunitense: "Ancora una volta il nemico americano-sionista, che ha ripetutamente fallito nei suoi malvagi complotti, ha assassinato uno dei comandanti dell'intelligence, della difesa e della sicurezza del Paese".
Ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha sentito al telefono l'omologo turco Hakan Fidan e i due hanno discusso "dello stato della guerra".
Araghchi ha anche sentito il ministro degli Esteri francese Jean Noel Barrot, al quale ha detto che la minaccia di Donald Trump di colpire infrastrutture civili "equivale a normalizzare crimini di guerra e genocidio e, se attuata, si troverà indubbiamente di fronte a una risposta decisiva e ampia da parte delle Forze Armate della Repubblica Islamica dell'Iran".