Il referendum sulla separazione delle carriere ha consegnato un risultato politico chiaro, ma la lettura economica del voto racconta una realtà ancora più significativa: l'Italia che produce, esporta e crea lavoro aveva compreso perfettamente la portata della riforma della giustizia. La geografia del Sì coincide infatti con il cuore industriale del Paese, mentre il No si concentra nelle grandi aree metropolitane e nei territori dove il peso dell'economia reale è meno diretto.
Il dato nazionale parla di un 46,3% di Sì, ma dietro quella percentuale c'è un blocco economico imponente. Le province dove ha prevalso la riforma rappresentano circa 965 miliardi di Pil, pari al 46% dell'economia italiana, oltre il 60% della produzione industriale, il 65% dell'export e circa 10,8 milioni di occupati. Una minoranza elettorale che regge quasi metà della ricchezza nazionale. È il paradosso del referendum: chi tiene in piedi l'economia ha votato per il cambiamento, mentre chi ne subisce meno i costi ha scelto lo status quo.
La spiegazione è tutta nell'impatto economico della giustizia. Per le imprese l'efficienza dei tribunali non è un tema teorico, ma un fattore di produzione. Oggi il sistema giudiziario costa 10,8 miliardi di bilancio pubblico l'anno e genera un costo indiretto stimato in 45,8 miliardi annui, pari a circa il 2% del Pil, tra processi civili lunghi, arretrato penale, indennizzi e inefficienze che rallentano investimenti e crescita. Una causa civile che dura anni significa crediti bloccati, contratti sospesi, capitale immobilizzato. Un processo penale incerto significa rischio reputazionale, difficoltà nell'accesso al credito e costi legali crescenti.
Non sorprende quindi che le regioni più industrializzate abbiano sostenuto con forza la riforma. La Lombardia da sola vale oltre 480 miliardi di Pil, circa il 23% dell'economia nazionale e più di un quarto dell'export italiano, mentre il Veneto supera i 200 miliardi di Pil e rappresenta oltre il 9% della ricchezza del Paese. Insieme, Lombardia e Veneto superano il 31% del Pil nazionale e oltre il 40% delle esportazioni, diventando il motore economico dell'Italia.
Se si aggiungono tutte le province piemontesi Torino esclusa, Udine, Pordenone, Piacenza, Ferrara e Imperia che sono gli altri distretti che hanno detto sì, si supera il 37% del Pil e 665 miliardi di valore aggiunto. Insomma, il profondo Nord ha ben compreso quale fosse la posta in gioco.
Lo stesso discorso vale per le altre province del Centro-Sud. Frosinone, Latina, Viterbo e Rieti rappresentano circa 40 miliardi di Pil, ma è quello veramente industriale del Lazio in quanto Roma fonda la sua potenza sul terziario (turismo incluso), mentre negli altri distretti proliferano chimica, automotive, farmaceutica e ceramica. Idem per L'Aquila, Fermo, Macerata, mentre Reggio Calabria, unica enclave del Sì nel Sud, è la provincia con la maggior crescita del valore aggiunto manifatturiero nel 2024 in quanto, parallelamente al porto di Gioia Tauro, si sta sviluppando un bacino industriale.
Nei distretti, nelle filiere, nelle imprese che vendono sui mercati internazionali, la lentezza della giustizia è un costo concreto e quotidiano. Recuperare un credito estero, risolvere una controversia commerciale o gestire una procedura penale in tempi incerti può fare la differenza tra crescita e crisi.
La giustizia lenta diventa così una tassa occulta che riduce i margini e indebolisce la competitività. La mappa del voto mostra quindi uno scollamento evidente tra due Italie. Da una parte il Paese della produzione, dall'altra il Paese dei servizi. E la voce di chi produce, prima o poi, torna sempre a farsi sentire.