Paolo Cirino Pomicino è stato forse l'ultimo segretario di una Democrazia cristiana immaginaria. "Lui teneva tutti insieme" ammette con un filo di commozione Gianfranco Rotondi, prima di entrare nella Sala Aldo Moro di Montecitorio dove è stata aperta la camera ardente dell'ex ministro diccì di rito andreottiano. "In una parola la sua scomparsa ci disorienta - insiste Rotondi. Nessuno come lui ha rappresentato il punto di riferimento di ciò che restava e ciò che tornava della vecchia scuola democristiana. Con lui si parlava di futuro e non di passato. E la Dc per lui era il futuro".
Sfilano alla Camera gli ultimi reduci di Piazza del Gesù, un po' nostalgici di un partito che ormai appartiene alla storia della politica del Belpaese. Abbracciano la vedova Lucia Marotta che racconta agli amici: "Io gli dicevo: Paolo devi lottare, io da sola non ce la faccio. E lui: Lotto, lotto. Ma l'ultima volta mi disse: Non ce la faccio più". Pier Ferdinando Casini, già presidente della Camera e oggi senatore indipendente seduto nel gruppo del Partito Democratico, è il primo ad arrivare.
Riaffiora l'aneddotica che riguarda Pomicino, che per più di qualcuno ha rappresentato un genere politico. Il cirinopomicismo coinvolgeva e avvolgeva. Non a caso l'ultimo saluto ha più le sembianze di una riunione tra vecchi democristiani che vorrebbero tanto che si tornasse a un tempo che non c'è più. Pomicino era infatti una sorta di collante, perché sentiva a cadenza quasi settimanale le varie anime Dc.
Ad ammetterlo è Renzo Lusetti che ha conosciuto "o ministro" più di 40 anni fa quando da giovane diccì decise di collocarsi nella corrente "base" composta da avellinesi e guidata da Ciriaco De Mita. "Era un grande combattente, e lo ha dimostrato fino all'ultimo. Abbiamo vissuto un pezzo di vita assieme e abbiamo anche litigato. Un grande personaggio, Paolo".
Paola Binetti, già parlamentare sempre di rito centrista, racconta l'ultima telefonata: "Era una figura emblematica, capace di dialogare con tutti. Coltivavamo insieme l'idea di ricostruire un contenitore moderato. Fino alla fine mi ha chiesto: Quando ci vediamo per rifare questo centro?". Nel mondo di Cirino Pomicino c'erano anche la destra e la sinistra. Riappare Gianfranco Fini: "Per me il ricordo di Pomicino è legato a una sua passione: il calcio. E alla nascita per sua volontà della nazionale dei deputati nel 1984". Spunta poi Massimo D'Alema, accompagnato dal deputato Pd Nico Stumpo.
E ancora altri pezzi della diccì come Dario Franceschini, il cossighiano Paolo Naccarato, l'ex ministro Enzo Scotti, unito a Pomicino dalla napoletanità, compagni di governo nell'Andreotti quater: "L'omicidio Amato divise anche le nostre strade nella Dc, con Pomicino che divenne il riferimento a Napoli di Giulio Andreotti. C'era rispetto reciproco. Era un uomo politicamente intelligente, molto vivo. Tra di noi si era instaurato un rapporto personale all'insegna della libertà. Ho sempre pensato che la fine delle correnti abbia rappresentato la fine della Dc. Nella Dc c'erano gruppi che stimolavano il dialogo e invitavano ad approfondire i problemi. E con Pomicino si potevano sempre affrontare discussioni strategiche".
Ecco poi Serena Andreotti, la figlia del Divo Giulio, Dina Minna, l'assistente di Pippo Baudo, che in fondo ha rappresentato per sobrietà e stile la Democrazia cristiana nella tv di Stato. Immancabile Clemente Mastella, oggi sindaco di Benevento e da sempre nostalgico di una cosa di centro: "Paolo mi domanda sempre: "In Germania ci sono i popolari e i socialista, perché da noi non può rifiorire un nuovo soggetto politico dei popolari? Ha avuto l'idea di rifare il centro più degli altri.
Eravamo rammaricati che molti dei nostri amici si fossero impigriti e non avessero voglia di coltivare quest'area centrale. Mi diceva sempre che era una cosa da fare, per mitigare la polarizzazione che non giova al Paese". Resta da capire che cosa sarà del centro adesso che è andato via l'ultimo segretario di una Dc immaginaria.