"Mussolini, le lacrime, la fede: vi racconto papà De Gasperi"

L’eredità (morale e politica) paterna da preservare, il fascismo, l’America bella e grande, Togliatti, la fede e la speranza. Nonostante i 97 anni splendidamente portati, la figlia dello statista trentino continua a sorprendere per l’amore e la devozione con cui racconta l’autorevole servizio a fianco del padre che ha ricostruito un paese distrutto dalla guerra

"Mussolini, le lacrime, la fede: vi racconto papà De Gasperi" Esclusiva

Come si sente ad essere la figlia del più grande statista italiano?

"Molto attenti e molto responsabili a quello che si fa perché la gente non giudica la mia persona ma quello che dico in base a quello che avrebbe detto o fatto mio padre. Quindi non è molto facile".

La vostra è stata una vita di enormi sacrifici (il carcere, la guerra, le ristrettezze economiche) eppure alla fine avete superato tutto questo. Quanto è stata importante la fede?

"Nella vita di mio padre è stato l’inizio di qualunque sua attività. Nella famiglia naturalmente vedevamo il suo esempio e ognuno di noi ha fatto secondo le proprie capacità".

I giovani di oggi – messi alla dura prova del Covid19 – saprebbero affrontare le dure sfide che voi avete vissuto in passato?

"Io penso che i giovani hanno molto coraggio e molte capacità che noi adulti non riusciamo a comprendere. Vede quanti di loro si sono offerti quando c’è bisogno di aiuto per particolari pulizie, aiuto dei poveri e ammalati. I giovani non si possono giudicare a seconda delle nostre capacità, bisogna cercare di giudicarli a seconda delle loro attitudini, dei lavori che fanno. Sono sempre molto meglio di quello che noi pensiamo".

Mussolini in maniera sprezzante definì suo padre “l’austriacante”…

"Lo diceva perché mio padre era nato in un posto dove c’era l’Austria e quindi c’era poco da dire. Poi il lavoro che lui ha svolto nella camera austriaca era sempre fatto per la difesa dei suoi concittadini trentini. Poi certo, questa sua definizione era molto sprezzante per la sua persona".

L’uscita di scena di don Luigi Sturzo – che portò suo padre alla segreteria del PPI - fu molto spinta dalle alte gerarchie ecclesiastiche?

"Certamente il fatto di avere un prete capo di un partito era una cosa eccezionale e difficile da mantenere. La Chiesa evidentemente ha immaginato che chiedendo a questo prete di andarsene via, di lasciare questo lavoro, poteva forse portare più facilità, più pace tra il partito di allora e quelle forze del fascismo che stavano salendo al potere".

Suo padre era un uomo legatissimo alla religione cattolica eppure nella sua condotta governativa cercò sempre di muoversi con totale autonomia e indipendenza.

"Mio padre era cristiano personalmente, cristiano nel suo lavoro politico ma non suddito della Chiesa. Era libero di se stesso e la stessa libertà cercò di lasciarla al popolo italiano. Ha sempre cercato di aiutare i suoi amici, anche quelli non cristiani, ad essere possibilmente vicini alla Chiesa dal punto di vista ideale, ma dal punto di vista politico ognuno poteva avere le proprie idee".

L’operazione Sturzo (1952) è un esempio della condotta politica di De Gasperi nonostante sapesse di mettersi contro Pio XII.

"Fu un momento molto, molto difficile per mio padre. Era addirittura disposto a lasciare il suo posto se il Papa avesse insistito che la DC prendesse con sé il partito fascista che era assolutamente fuori dal governo italiano. Aveva offerto le sue dimissioni, per fortuna il fatto non era così grave a Roma e ci fu invece una vittoria della DC".

In occasione del trentesimo anniversario del matrimonio dei suoi genitori, il Papa rifiutò l’udienza privata e De Gasperi rispose: “Come cristiano accetto l’umiliazione, ma come capo del governo la dignità e l’autorità che rappresento mi impongono di esprimere stupore e di provocare un chiarimento”.

"Questa vicenda fu un grande dolore per lui, quando chiese l’udienza non era più in una situazione politica tale da immaginare che sarebbe andato a chiedere chissà che cosa per la politica. Lo ha chiesto soltanto perché una figlia aveva preso l’abito da suora e poi mia madre non era mai stata vista dal Papa e mio padre desiderava semplicemente una benedizione. Ma non fu capito dal Pontefice che gli negò questo incontro".

Di Togliatti cosa pensava suo padre?

"Se vedessimo i primi articoli che mio padre scriveva su Togliatti potremmo dire che ne pensava bene. Cioè la collaborazione necessaria che c’era allora tra i comunisti, i democristiani e gli altri partiti, era tale che bisognava trovare qualcosa di comune perlomeno per il futuro politico dell’Italia. Ma che cosa ne pensasse poi mio padre di Togliatti è difficile poterlo dire perché tutta la sua politica dell’uno e dell’altro era assolutamente contraria. Non c’era questione personale, questo no".

Però Togliatti tolse il saluto a De Gasperi.

"Dopo la vittoria delle elezioni del 1948, quando vinse la DC. Togliatti quando lo incontrava alla buvette non lo salutava".

Andreotti racconta nel suo libro su De Gasperi che quando nel ’47 ci fu la rottura con i comunisti decisa da suo padre, lo vide in lacrime.

"Mio padre in lacrime per chiudere con i comunisti non l’ho mai visto e non credo che lo abbia fatto. Io ho visto solo due lacrime negli ultimi anni della sua vita quando non riusciva a ottenere dall’Italia di poter essere accolta in Francia la sicurezza di poter fare una unità europea".

Cosa ricorda dell’importantissimo viaggio in America del ’47?

"Io ricordo l’impressione di una ragazza che vissuta in una famiglia molto modesta, con poche possibilità, viene mandata assieme al presidente del Consiglio, in un paese dove tutto era bello, possibile, grandioso ed esagerato. Fu bellissimo quando ci svegliammo la mattina all’albergo dove ci arrivò un vassoio con una colazione ricca di cibo. Un tipo di colazione che noi allora non conoscevamo neppure. In Italia quando andava bene si prendeva un caffè".

Quanto furono importanti nei successi governativi di suo padre figure come Tarchiani, Einaudi, Sforza…

"Furono gente già pronta, non politicamente ma pronta dal punto di vista della conoscenza, dell’educazione, dello studio e quindi gente che aveva già dentro di sé una ricchezza di pensiero e di volontà di fare".

Con quali leader europei ebbe maggiori relazioni?

"Schuman soprattutto e naturalmente Adenauer. Però anche con gli altri, quelli che venivano a parlare con lui, alla fine non parlava quasi mai solo come politico. La sua politica aveva sempre un fondo umanitario. Si parlava sempre del bene dei propri popoli".

Come era nella vita privata suo padre?

"Nella vita privata non raccontava quasi niente di quello che riguardava la sua politica. Io avevo preso la parte di una piccola segretaria perché lui mi aveva educato da quando facevo il ginnasio a studiare il francese, l’inglese, la dattilografia, la stenografia e io quasi quasi non capivo il motivo. Però siccome lo seguivo in ogni modo, in ogni suo desiderio, lo facevo. Quindi con la libertà mi trovai come segretaria particolare abbastanza preparata per chi volesse andare da mio padre".

E come lo vedeva con gli occhi di una bambina?

"Io amavo mio padre da quanto ero bambina. Era un uomo straordinario. Tanto è vero che litigavo sempre per avere la sua mano destra che secondo me era la più giusta quando uscivamo per andare a comperare le paste la domenica. Quindi ancora da piccola seguivo le idee, i desideri, tutto quello che poteva riguardarlo. Seguirlo poi nella politica, seguirlo nel periodo fascista dal punto di vista di portargli le carte, gli scritti che dovevano andare nei vari giornali liberi, per me pur essendo un pericolo - perché andavo in bicicletta e potevo essere seguita dalla polizia - era la dimostrazione che avrei fatto ogni cosa per poterlo aiutare".

È ancora possibile “una federazione europea” di stampo degasperiano?

"Io penso di sì, penso che la federazione europea anche se forse dovrà essere diversa (non dico rimpicciolita) ma comunque con delle situazioni differenti, deve arrivare a compimento. Noi siamo ormai popoli che non possiamo spararci l’uno contro l’altro".

In occasione della morte di suo padre, un manifestante disse dinanzi ai maggiorenti della DC: “De Gasperi è nostro, non vostro”.

"Questo episodio avvenne a Borgo Valsugana dove la bara veniva portata a spalla dagli amici, da chi poteva fino alla chiesa. In effetti questa frase fu pronunciata dall’On. Pacciardi il quale non era democristiano però amava molto mio padre".

Suo padre tra i tanti messaggi ha lasciato una frase straordinaria: “Il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alla prossima generazione”.

"Indubbiamente è rimasta una delle frasi più belle. La sua vita era stata consumata, pagata e vissuta proprio per la bontà degli altri, la bellezza della sua terra e dell’umanità della gente che lui praticamente considerava fratelli".

È vero che negli ultimi momenti di vita si fece spostare il letto per vedere le amate montagne?

"No, voleva vedere un Cristo in legno che stava in cima alla collina e che lui aveva fatto mettere tanti anni fa e che vedeva soltanto dalla finestra vicino al suo letto".

Ha paura della morte?

"No, assolutamente. So che è una cosa normale e quando verrà andrà bene così".

Cosa direbbe a suo padre qualora avesse l’occasione di rivederlo?

"Mio caro papà, in certe cose bisogna ricominciare da capo".

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