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Di Matteo come Gratteri: "I mafiosi voteranno Sì". E Conte tira in ballo la P2

La toga snobba il Colle e spara contro la riforma. Il grillino lo segue: la legge ha il copyright di Gelli

Di Matteo come Gratteri: "I mafiosi voteranno Sì". E Conte tira in ballo la P2
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Se l'ingresso a gamba tesa di Nicola Gratteri nel dibattito tra sì e no al referendum sulla riforma della giustizia non fosse bastato, ecco il bis, nonostante gli inviti del Colle ad abbassare i toni. Il capo della procura partenopea aveva detto che per il sì "voteranno indagati, imputati e massoneria deviata"? Adesso a rilanciare sulla stessa falsariga è il magistrato antimafia Nino Di Matteo, riprendendo proprio il collega.

"Sono perfettamente d'accordo con Nicola Gratteri per un motivo fondamentale", ha spiegato l'ex consigliere del Csm, "assieme alle persone per bene che voteranno sì, voteranno sì i massoni, i grandi architetti del sistema corruttivo e i mafiosi". Risposta con cortese distinguo la concessione che anche le persone "per bene" possano votare diversamente da lui ma destinata a sollevare nuove polemiche. La bordata di Di Matteo arriva alla presentazione romana del libro di Marco Travaglio "Perché No. Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole".

E se in chiusura di incontro il leader pentastellato Giuseppe Conte parla di "copyright di Licio Gelli sulla riforma", il botto è già arrivato poco prima, quando Travaglio chiede a Di Matteo "i mafiosi come votano". Il sostituto antimafia si veste da Gratteri. E argomenta la sua posizione sulla base di quello che per lui è il "presupposto" della campagna per il "sì": una continua e costante "delegittimazione" della magistratura. Secondo la toga, ci sarebbe un quotidiano bombardamento "di giudizi negativi sulla magistratura" che arriverebbe dritto "alla pancia di coloro i quali hanno interesse per la loro stessa essenza a una delegittimazione della magistratura", ossia appunto "i massoni, i mafiosi" e tutti "coloro i quali temono il controllo della magistratura".

Insomma, Di Matteo delegittima l'altro fronte referendario, proprio accusandolo di delegittimazione. "Quando i mafiosi pensano che un politico vada contro la magistratura, hanno già deciso per chi votare". Un automatismo, però, che renderebbe le toghe del tutto immuni alle critiche, per non rischiare in caso contrario di finir tacciati di endorsement da parte di Cosa Nostra. E in effetti Di Matteo insiste, raccontando come, in conseguenza del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati del 1987, a suo dire la mafia avrebbe iniziato a votare per Psi e Radicali. E per sostenere che la riforma sia fondata su una "volontà di rivalsa" anti-toghe del governo, Di Matteo cita l'invito a una "profonda riforma della Giustizia" fatto da Mattarella nel suo discorso di insediamento per il secondo mandato. E ricorda il "boato del Parlamento" che "sfruttando il caso Palamara" ne avrebbe approfittato per "regolare i conti". Peccato che a spellarsi le mani, raccontano le cronache dell'epoca, furono tutti i gruppi parlamentari, comprese le opposizioni oggi in trincea col "no".

Il nuovo affondo, ovviamente, solleva un polverone.

"Parole indegne e inaccettabili", taglia corto l'azzurra Matilde Siracusano, sottosegretaria ai rapporti con il Parlamento, mentre il vicepresidente della Camera Giorgio Mulé (Fi) parla di "infinita pena" per un "delirio da invasato". "I signorotti del no sono sempre più nervosi e arroganti", chiosa una nota del Carroccio: "Gli italiani daranno loro una bella lezione di educazione e democrazia".

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