Un vero e proprio sistema antigovernativo quello dei medici del reparto di Malattie infettive dell'ospedale di Ravenna che emettevano falsi certificati per evitare agli immigrati di essere detenuti in un centro di rimpatrio (Cpr).
Per tre di loro è stata decisa l'interdizione dalla professione per 10 mesi a Ravenna perché, "pur di affermare e perseguire la propria ideologia", hanno disatteso il parere di colleghi in materie su cui avevano specializzazioni, come per esempio gli psichiatri, come sottolinea il Gip Federica Lipovscek.
Mentre per altri cinque medici è scattato il divieto, anche qui per 10 mesi, di occuparsi dei certificati per l'idoneità ai centri.
La stessa Gip inserisce la loro condotta in un'ottica "di aperta contestazione del sistema di gestione dell'immigrazione clandestina". Nel provvedimento del giudice, infatti, si sottolinea in particolare il forte coinvolgimento ideologico ed emotivo e la ripetitività delle condotte da parte degli indagati.
Il tema, secondo il giudice, non è quindi l'adesione a determinate idee ma il fatto che la condivisione delle stesse si sia tradotta in comportamenti antigiuridici particolarmente gravi e in contrasto con le regole deontologiche.
Tra i rischi che si constatano c'è quello di reiterazione del reato, accentuato anche dalle manifestazioni di solidarietà a favore degli indagati. Per la giudice, infatti, le iniziative hanno creato un contesto potenzialmente favorevole alla ripetizione dell'illecito.
E a confermarlo sono anche le dichiarazioni spontanee presentate, per iscritto, negli interrogatori preventivi: i medici hanno persino ribadito di aver seguito le disposizioni del codice deontologico, cosa che secondo la gip ovviamente non è vera, perché il codice impone al medico di curare i pazienti. Mentre, come dimostrano i casi oggetto di contestazione, i medici non risultano aver attivato accertamenti o trattamenti, limitandosi a emettere i certificati di non idoneità al Cpr.
È successo così che a fronte di pericoli di infezioni da scabbia o tubercolosi, gli indagati, dopo aver emesso il certificato di inidoneità al Cpr, non hanno provveduto alla presa in carico, lasciando le persone libere e consentendo la diffusione delle infezioni sospettate.