A volte le sconfitte hanno più conseguenze delle vittorie. In quest'ultime si va avanti, sfruttando il momento. Nelle prime devi cambiare come minimo strategia, programma e magari pure leader. Nei duelli all'ultimo sangue - e quello di oggi sulla giustizia ne è una fattispecie classica - l'esito fatale finisce sempre per determinare un cambio di prospettiva. Ne siano volenti o nolenti i protagonisti. Se domani dalle urne uscisse vincente il SÌ, ad esempio, Giorgia Meloni andrà avanti tentando di capitalizzare al massimo il successo: il 5 settembre di quest'anno il suo governo diventerà il più longevo della Repubblica, quindi, punterà a portare a casa la nuova legge elettorale, ad incardinare la riforma del Premierato magari lasciando il probabile referendum (dato che è da escludere che possa essere approvata da una maggioranza dei tre-quinti) alla prossima a legislatura e ad impostare una legge di bilancio un minimo espansiva (ma la crisi energetica rischia di tagliargli risorse) per affrontare al meglio le elezioni politiche della prossima primavera.
In caso di sconfitta, invece, dovrà rivoluzionare i suoi piani: nelle intenzioni proclamate ai quattro venti per depotenziare sul piano politico il referendum la premier ha già assicurato che il governo andrà avanti anche nel caso di una vittoria del NO. L'idea è quella di giocarsi da qui al voto politico la carta della stabilità in un momento in cui, con due guerre in corso e una crisi energetica dalle prospettive drammatiche, un atteggiamento responsabile potrebbe pagare nelle urne politiche: il Giuseppe Conte dell'emergenza Covid. Solo che i desideri possono trasformarsi in sogni irrealizzabili e una batosta potrebbe innescare un processo di logoramento caratterizzato da una situazione economica negativa per via dell'aumento dei costi dell'energia e da una serie di sconfitte elettorali di personalità straniere che hanno avuto rapporti stretti con la Meloni: il leader magiaro Orban è sotto nei sondaggi nelle elezioni del 12 aprile e, soprattutto, il tasso di impopolarità di Donald Trump in aumento - dopo le contraddizioni di un intervento in Iran di cui non si conoscono ancora contorni e fini - potrebbe diventare un handicap pesante per l'immagine di una premier che ha sempre privilegiato il rapporto con l'attuale inquilino della Casa Bianca. Una sconfitta di The Donald nelle elezioni di medio termine di novembre potrebbe trasformarsi in una zavorra insostenibile in vista del voto in Italia. Ecco perché non è detto che se la situazione precipitasse, se gli alleati di governo dovessero diventare sempre più insofferenti, la Meloni non possa cercare l'opzione di uno sbocco elettorale anticipato, non possa coltivare il progetto di una rivincita immediata: via tortuosa e rischiosa sicuramente, ma meglio di una via crucis di più di un anno. Matteo Renzi la tentò invano dopo la sconfitta referendaria del dicembre del 2016. Insomma, paradossalmente le elezioni potrebbero essere più probabili con una vittoria del NO che non del SÌ.
Situazione capovolta a sinistra dove il referendum rischia di trasformarsi in un mezzo congresso sulla linea e magari sul candidato con cui il "campo largo" si presenterà alle elezioni. Se vincesse il NO la strada per la Schlein sarebbe spianata: è difficile che possa esserci un altro nome oltre al suo per Palazzo Chigi. Anche perché l'attuale corso del Pd vedrebbe premiata la sua linea identitaria e di radicalizzazione a sinistra. L'area riformista si troverebbe in una condizione di sofferenza e avrebbe sempre meno spazio nel partito. Se, invece, vincesse il SÌ il campo largo sarebbe tutto da rifare, o meglio lo schieramento dovrebbe cambiare postura, spostare il proprio baricentro verso il centro e lo stesso Pd sarebbe costretto ricalibrarsi creando un soggetto moderato di un certo peso come Casa Riformista o una nuova Margherita: insomma, si rivelerebbe del tutto infondata l'idea che una coalizione spostata a sinistra possa rivelarsi vincente. Se non riesci ad importi in un referendum come quello di oggi, l'ipotesi di vincere le elezioni fra un anno senza cambiar nulla si rivelerebbe un'illusione letale. A quel punto potrebbe essere rimesso in discussione pure il nome della Schlein per Palazzo Chigi. È il rischio insito nei duelli all'ultimo sangue, l'imprevedibilità dello schema "one shot". Al di là dei calcoli dei duellanti.
Chi, invece, rischia di avere comunque un boomerang da un referendum così politicizzato è la magistratura: sicuramente la vittoria del NO risolleverebbe al sua immagine e la sua capacità di influenza.
Solo che con le correnti dell'Anm impegnate in una disputa volutamente politica l'idea di una magistratura indipendente e imparziale andrebbe a farsi benedire. Vinca o perda un referendum il giudice che indossa una casacca non suscita fiducia.