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"Mi candido alla Camera, ma non per vendetta. Ora la verità sui mandanti dei dossieraggi"

Il tesoriere Alberto Di Rubba corre alle Suppletive: "Ad agire fu un sistema"

"Mi candido alla Camera, ma non per vendetta. Ora la verità sui mandanti dei dossieraggi"
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Il tesoriere della Lega Alberto Di Rubba (foto) scende in campo. Candidato alle Suppletive in Veneto, per il seggio lasciato libero da Alberto Stefani eletto governatore, l'esponente del Carroccio si gioca la Camera in contemporanea con il referendum della Giustizia. Un appuntamento dal doppio significato per il leghista.

Lei è la persona più dossierata d'Italia. Tra Striano e Bellavia esistono pagine e pagine su di lei...

"Sì, sono la persona più dossierata d'Italia non lo dico con orgoglio ma con lucidità. È un dato che emerge dagli atti. Centinaia di accessi ai miei dati. Ripetuti. Sistematici. Oggi sappiamo che il caso Striano è sotto inchiesta. Sappiamo che anche che il caso Bellavia è diventata un'indagine. Per anni chi parlava di sistema veniva accusato di vittimismo. Ora quelle dinamiche sono oggetto di indagine".

Le basta così?

"No, c'è una questione non può essere elusa. Bisogna capire il perché degli accessi. E soprattutto per conto di chi. Parliamo dell'uso illegale di banche dati dello Stato per costruire narrazioni politiche. Non è stato casuale. Non mi candido per un riscatto personale. Mi candido perché se si accetta che esista un sistema capace di scegliere un bersaglio politico, raccogliere informazioni riservate e trasformarle in armi mediatiche, allora non siamo davanti a un errore: siamo davanti a un abuso di potere. E contro gli abusi di potere non si resta a guardare".

Ci racconta qualche dettaglio dell'assedio giudiziario che ha subito?

"La parola giusta è processo prima del processo. Ho vissuto anni in cui il mio nome usciva sui giornali prima ancora che gli atti fossero definitivi. Sempre le stesse testate. Sempre lo stesso racconto. Una narrazione che precedeva la verifica. E quando una narrazione si ripete abbastanza a lungo, diventa verità nell'opinione pubblica. La parte più dura non è l'aula di tribunale. È la vita fuori. È spiegare ai propri figli perché il loro cognome è diventato un titolo. È vedere la propria casa perquisita e il giorno dopo leggere ricostruzioni che sembrano già scritte. È lavorare sapendo che ogni cliente, ogni collega, ogni conoscente può aver letto un'accusa prima ancora di conoscere la tua versione".

E poi c'è il dato politico...

"Nel momento di massimo consenso della Lega, nel 2018, si consolida una macchina del fango che tiene in vita sospetti anche quando i fatti raccontano altro. Non si trattava di informare. Si trattava di colpire. Oggi, alla luce delle indagini, diventa legittimo chiedersi chi abbia alimentato quel sistema e con quali obiettivi".

Anche il "Sì" al referendum è importante per lei?

"Rappresenta un passo verso un riequilibrio. Non è una battaglia contro la magistratura. È una battaglia per evitare distorsioni. Quando si crea un cortocircuito tra procure e una certa parte dell'informazione, quando le anticipazioni diventano strumenti di pressione politica, il sistema si sbilancia. Il referendum serve a riportare chiarezza nei ruoli e a rafforzare le garanzie. La giustizia deve essere forte. Ma deve essere anche percepita come imparziale e proporzionata.

Qualora diventasse parlamentare, su cosa si concentrerebbe il suo impegno?

"Da tutte le persone che incontro emerge una richiesta molto chiara: fiducia nelle istituzioni. E tra i temi c'è quello della giustizia, in un sistema che oggi mostra numeri preoccupanti. Nel 2024 il 59,1% dei giudizi ordinari di primo grado si è chiuso con un'assoluzione. Nel 2025 siamo ancora oltre il 53%. Negli ultimi due anni oltre 226 mila processi si sono conclusi con un proscioglimento. Questo significa che più della metà delle persone arrivate a giudizio non è stata condannata.

A questo si aggiunge il costo economico: nel 2025 la spesa per le intercettazioni ha superato i 321 milioni di euro, con un aumento del 58% rispetto al 2021. Sono numeri che impongono una riflessione strutturale. Non è una battaglia personale. È una battaglia affinchè gli italiani tornino a fidarsi della giustizia".

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