Ora tocca al nuovo editore greco. "Tanti auguri, davvero spero il meglio per loro". Ma è passato mezzo secolo e per Paolo Guzzanti certe alchimie non si ripetono. "Vedi, all'epoca Repubblica era un vero quotidiano liberale". Insomma, liberale. "Certo. Eugenio Scalfari parlava alla borghesia di sinistra come il coetaneo Giornale di Montanelli si rivolgeva alla borghesia di centrodestra". Le messe cantate, i politici tenuti al telefono in attesa, il gusto del racconto. "Eravamo per il libertinaggio delle idee". Un altro mondo. "Sparito. Repubblica era Scalfari, dopo è diventata un'altra cosa. Si è persa per strada, ha tradito il suo dna".
Tu sei stato tra i fondatori.
"Un giornale in qualche modo rivoluzionario, un tabloid. Ero l'unico o quasi a conoscere la macchina, infatti sono subito diventato caporedattore. Tempi eroici. Una fucina che valorizzava le personalità, gli umori e le competenze. Il bello scrivere. Beninteso, si lavorava molto e si cazzeggiava anche di più. Io telefonavo in redazione imitando la voce di Sandro Pertini, Eugenio si stendeva per terra davanti all'ascensore quando minacciavo di passare al Corriere della Sera. Si litigava e ci si abbracciava".
Scherzando e ridendo avete però creato un potentissimo giornale-partito.
"Sempre meglio di un giornale succube dei partiti. I ministri chiamavano ma lui non rispondeva al telefono. Un giorno si presentò in riunione sbattendo un libro sul tavolo, Il cittadino Scalfari, di Claudio Mauri. Qui, disse con la sua voce tonante, c'è scritto che sono stato fascista, democristiano, socialista e comunista, ebbene è tutto vero. E giù a sghignazzare".
Quindi era pure liberale, come dici tu?
"Sì. Ricordo alcune inchieste che mi commissionò che di sicuro non erano di sinistra: alle radici della borghesia europea, Ulisse nel Mediterraneo".
Ma Scalfari non era neutrale. Repubblica non ha forse favorito l'incontro tra Pci e Dc e lavorato per il compromesso storico?
"Eugenio incalzava le Botteghe Oscure perché rompessero con Mosca. Un pungolo per Berlinguer. Infatti molti comunisti critici con l'Urss collaboravano, dalla Mafai a Jacoviello. Scalfari voleva che il Pci tagliasse i ponti con i russi, cosa che non successe, come sappiamo".
E non aveva un canale privilegiato con De Mita?
"Ecco, la cotta per Ciriaco non mi è mai andata giù. Pensa che lo faceva sempre intervistare proprio a me. Regolarmente la mattina dopo De Mita mi telefonava per protestare: ma ghe ha sgriddo? Quello che mi detto, rispondevo. E lui: ma era solo una conziderazione, non una roba da riportare".
Con Craxi invece
"Burrasca. Ho litigato molte volte con Eugenio per questo, lui comunque, nonostante quello che si pensa, manteneva un discreto rapporto con Bettino, lo teneva in grande considerazione. Pure con Silvio Berlusconi. Ricordo che una volta andò ad Arcore a trovarlo e la sera si mise al pianoforte e suonò la Rapsodia il blu di Gershwin a quattro mani con Fedele Confalonieri. Sperava che comprasse il giornale, un'altra operazione fallita. Ma sotto sotto lui e Silvio erano amici".
Quando finì il periodo d'oro?
"Io, che ero molto di sinistra però mai comunista, sono entrato ben presto in rotta di collisione con il gruppo dirigente di Repubblica. Nel 1990 sono passato alla Stampa perché l'atmosfera non era più quella delle origini. Poi andato via Eugenio, cacciato da De Benedetti, è finita Repubblica. Almeno la mia Repubblica".
Con Ezio Mauro non andava bene?
"Un giornale accurato, ben confezionato, per carità. Bello senz'anima. Poco alla volta tutti i talenti scalfariani sono stati puniti e ridimensionati. La tradizione un po' corsara di Repubblica si è interrotta e il giornale si è posizionato su un sinistrismo piatto terra-terra che non mi piace".
E intanto sono passati cinquant'anni.
"Come si dice? È stato bello finché è durato. Auguri, anche se non mi inviteranno alla festa dell'Auditorium".