L'ho cercato per due giorni inutilmente. Ho pensato: chiaro che preferisce il silenzio. Sto parlando di Gian Gaetano Bellavia, 71 anni, commercialista, consulente delle procure e di Report, la trasmissione di Ranucci, che oggi è al centro della bufera perché una sua dipendente, Nicoletta Varisco, si è impossessata di una quantità enorme di file riservatissimi. Ed è scoppiato lo scandalo. Dossier sui politici e i vip? Rapporti opachi con i magistrati? Anello di congiunzione tra le Procure è Ranucci? Accuse complicate. Logico che non voglia parlare.
Poi l'altra sera suona il telefono. Precisamente alle 22. "Buonasera, sono Gian Gaetano Bellavia". Temo che sia furioso con noi del Giornale. Invece l'ha presa bene, è allegro. Dice che quando era ragazzino leggeva la Notte di Nutrizio, poi è uscito il Giornale di Montanelli ed è diventato subito il suo giornale: "Per me il Giornale era il numero uno come il Corriere della Sera".
Mi chiede: "Cosa vuole sapere da me?" Rispondo: beh, magari se lo immagina. "Allora le dico subito questo. Lei mi chiede: fai i dossier? Rispondo: chi lo ha scritto dovrà dimostralo. No, non faccio dossier. Mai fatti. Lei mi chiede: Passi le carte delle Procure a Report? No, le rispondo. Mai. Chi lo ha scritto dovrà dimostrare anche questo. Io naturalmente non posso dimostrare che non faccio dossier. È impossibile la prova negativa. Però chi mi accusa deve avere la prova positiva. E non può averla perché non è vero".
Parla lentamente, con la tipica cadenza milanese, e mantiene un tono tranquillo e scherzoso. Ma scusi - gli chiedo - allora cosa faceva per Report? "Non passavo nessuna carta a Report, al contrario, ricevevo le carte da loro. Mi spiego: loro avevano dei documenti, me li mandavano e mi chiedevano di dirgli se in quelle carte c'era la prova di un reato, o qualcosa di simile. Io leggevo i documenti e glieli spiegavo. In parole povere gli evitavo le querele. I giornalisti trovano le carte, ma poi bisogna leggerle e capirle. Io non ho mai, mai fornito consulenze su carte per le quali stavo lavorando per conto di una Procura o di un Tribunale. Mai. Se mi chiedevano qualcosa su una indagine sulla quale stavo lavorando, la risposta era secca: no".
Ma allora, domando, in cosa consisteva il suo rapporto con le Procure? Stavolta mi risponde pacato. Mi dice che era un consulente. Leggeva i bilanci, le visure, i documenti sui quali i Pm stavano lavorando, e che avevano sequestrato, e lui faceva delle relazioni nelle quali spiegava cosa c'era scritto in quei documenti e che importanza avevano, e che irregolarità c'erano o non c'erano. "In questi anni - dice - non so quante centinaia di consulenze ho fornito. Ho lavorato per 15 distretti giudiziari. Ho fornito consulenze alle Procure e ai Tribunali di tutt'Italia, da Varese a Palermo, da Genova a Ancona. E guardi che non ero io che mi proponevo. Erano i magistrati che mi cercavano. E sa cosa potevo rispondere io ai magistrati? Potevo solo dire di sì. Fornire la consulenza era ed è un obbligo per il professionista che viene convocato. Un obbligo per me commercialista, un obbligo per il medico, per il genetista, per il fisico. Sei precettato. Non puoi sottrarti. Una sola volta sono riuscito a negarmi. Durante Tangentopoli, io facevo delle consulenze per Gherardo Colombo, ero pieno di lavoro fin sopra i capelli. Un giorno mi chiama la Procura di Palermo e mi convoca per una consulenza. Io rispondo che mi è fisicamente impossibile lasciare Milano. Ma per convincerli ho dovuto mandare una dichiarazione del Procuratore Borrelli. E loro hanno risposto a Borrelli: ok, aspettiamo. Hanno aspettato un anno e mezzo".
Bellavia, ma queste carte a lei come arrivano: lasciano tracce? "Certo. Sono tutte protocollate, sia quando mi vengono consegnate sia quando io le riconsegno con acclusa la mia relazione. Giorni fa mi sono arrivati dei fascicoli da Catania e me li ha portati la Polaria".
Provo a insistere: ma lei non dovrebbe distruggerli questi fascicoli? Mi risponde che non può. I fascicoli che ha ricevuto li riconsegna alla magistratura, le relazioni che ha preparato lui ha l'obbligo di tenerle per almeno 10 anni dopo che il processo si è concluso e la sentenza è passata in giudicato. Cioè, a conti fatti, almeno vent'anni.
"E alla fine dei vent'anni - dice - ho facoltà, ma non obbligo di distruggerli". E allora parliamo dei nomi noti che sono finiti nei file dei quali poi si è impossessata la sua collaboratrice. Renzi e gli altri. Come è andata? Bellavia adesso parla come un torrente, non si riesce a fermarlo.
Mi spiega che si tratta di alcune consulenze sul caso "Open" del quale si occupava la Procura di Firenze. "Semplicemente mi è stato affidato lo studio di una enorme quantità di email che erano state sequestrate dai magistrati, e che erano depositate agli atti. Erano soprattutto mail di Vincenzo Onorato, il patron di Moby. La maggior parte, per la verità, erano email con Beppe Grillo. Poi c'erano anche mail con Renzi e con tanti altri. Sa, è così quando si fa lobbying. Si tratta con tutti, si cerca di influenzare tutti, destra, sinistra e centro. Ma da quei file non c'è nulla che possa danneggiare Renzi o altri. Sono tutti nelle mani della procura di Genova ora. Se ci sono reati, la Procura procede, se non ci sono non succede niente".
Vengo alla domanda chiave: perché la sua dipendente ha deciso di sottrarli? "Questa è la vera cosa da scoprire. Perché Nicoletta aveva deciso di spiarci? Lavorava con noi da 17 anni. È chiaro che stiamo parlando di una storia di spionaggio ai miei danni. Il perché dovrà scoprirlo la magistratura".
Per quale ragione lei non ha denunciato, non ha reso pubblica la cosa, non si è rivolto al garante della Privacy? Bellavia qui si inalbera un pochino: "Come non ho denunciato? - grida - Io ho denunciato subito all'autorità giudiziaria. Secondo lei se io denuncio un furto di dati alla Procura, poi vado a dirlo a qualcun altro mentre il Pm sta facendo le indagini?" Mi dica allora dei suoi rapporti con Sigfrido Ranucci. "L'ho conosciuto tanti anni fa perché mi faceva le interviste. Ma con lui ho rapporti scarsi. Lavoravo con gli autori di Report, che sono tutti free lance. Vendono il pezzo chiuso. Non ci sentiamo quasi mai con Ranucci".
Chiedo a Bellavia di Geronimo La Russa. Cambia tono. Sembra un po' rattristato. "Non lo conosco. Conoscevo bene i genitori di Ignazio e poi anche Ignazio, ma non lo vedo da 47 anni. I suoi genitori erano amici dei miei genitori.
Entrambe le famiglie si erano trasferite a Milano in questa casa una al piano di sopra e una al piano di sotto. Sua madre e mia madre si sono frequentate fino a che mia madre è morta. A me piaceva molto quando il papà di La Russa veniva a casa nostra perché mi portava i dolcetti. Se lei conosce La Russa la prego di salutarmelo"