Milano, da emblema di Mani Pulite a simbolo del flop

Trent'anni fa i pm erano gli eroi, oggi hanno perso consenso. Di Pietro: "In toga mai fatto sciopero"

Milano, da emblema di Mani Pulite a simbolo del flop

La storia a volte ha una sua elegante circolarità. Così nel giorno che segna la fine di un'epoca nelle vicende della giustizia italiana, con i giornali pieni del flop dello sciopero dei magistrati, in un'aula del tribunale di Milano ci si imbatte in Antonio Di Pietro.

Se questo palazzo è diventato il simbolo di una certa stagione di fare giustizia, è merito (o colpa) soprattutto sua. Se la categoria in toga è diventata un mito collettivo di un pezzo d'Italia, la radice di molto sta nei cortei che inneggiavano al pm di Tangentopoli, «Borrelli e Di Pietro, non tornate indietro». Oggi Di Pietro fa un po' il pensionato, un po' il contadino, un po' l'avvocato. E la distanza profonda tra quella stagione e l'oggi sta in fondo nel vederlo qui, senza nessuno che se lo fili, a ragionare con un vecchio amico sullo sciopero fallito: «Ma meno male, dico io. Come gli salta in mente? I magistrati non sono gente qualunque, sono un potere dello Stato. E si mettono a scioperare contro gli altri poteri dello Stato? Se i deputati scioperassero contro i giudici cosa diremmo? Io quando facevo il pm non ho mai fatto uno sciopero. Quando il governo provò a varare una legge per fermarci, io e gli altri ci dimettemmo dalla magistratura, che è tutt'altra cosa».

Si potrebbe ragionarci a lungo, con Di Pietro, su quei fatti di trent'anni fa: se davvero il pronunciamento del pool contro il decreto «salvaladri» fosse più o meno rispettoso degli equilibri istituzionali. Ma la sostanza è netta. Quel giorno il pool milanese sbaragliò la politica, costrinse An e Lega al retromarcia, segnò per gli anni a venire il dominio della magistratura sulla vita del paese. Lo sciopero indetto dall'Anm, con parole d'ordine altrettanto giacobine, invece si sgonfia come un palloncino, scivola via, lascia la politica libera di fare le sue scelte. E toglie all'Anm di fatto quel potere di veto che le è stato riconosciuto per decenni sulle leggi in materia di giustizia.

Visto da qua, dal palazzo che dell'attacco in toga alla Prima Repubblica fu l'incrociatore Aurora, il day after della sconfitta ha il sapore della malinconia. D'altronde perché sarebbe dovuta andare diversamente? L'epoca dello strapotere giudiziario era figlia anche di una verve professionale, di una alacrità missionaria che faceva di aule e corridoi un brulicare di inchieste e di processi. I ritmi selvaggi di Di Pietro diventarono in quegli anni un esempio per i «dipietrini». Oggi quell'esempio si è perso, e corridoi e stanze dell'incrociatore sono deserti. La Procura non fa più inchieste, e quelle poche le perde. Come può candidarsi a guidare un paese una Procura che in un giorno in teoria di lavoro è deserta come in un giorno in teoria di sciopero?

Un'epoca si è chiusa, e non è un caso che si chiuda nel Palazzo dove le alleanze di un tempo si sono dissolte in faide. A raccogliere i cocci, e a cercare di dare un senso al futuro dell'Associazione magistrati, restano giovani giudici come Sergio Rossetti, della sezione fallimentare: che ha ben presente che «colmare il gap di fiducia con i cittadini è difficile», che «lo sciopero poteva essere meglio ponderato». E intanto si aggrappa all'analisi delle cifre, spiega che se a Milano lo sciopero è andato male invece l'adesione è stata alta nei tribunali del circondario. «Dove ci sono i colleghi più giovani, e che sono oggi i più decisi nel chiedere il rinnovamento». È il ritratto di una frattura anche generazionale dentro la magistratura. Dove ad abbandonare l'Anm è paradossalmente una generazione di magistrati che nella stagione delle correnti e dell'attacco al potere si è formata. Così a Milano il buco nero dello sciopero sono la Procura generale e la Corte d'appello, uffici dove il più giovane ha sessant'anni: e sono per forza di cose magistrati che ai tempi di Mani Pulite erano in prima linea, che quella esperienza hanno apprezzato e condivisa, e che lunedì scorso però erano quasi tutti al loro posto. «Ma la riforma Cartabia non piace neanche a loro - dice Rossetti -, è l'idea dello sciopero che non li ha convinti». Come se fosse un dettaglio.

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