La Milano (non più) da bere. Così chiudono i locali storici

Il titolare del "Rattazzo": "A questo punto non riapro più". Il Savini tentenna: pure il salotto buono è in crisi

La Milano (non più) da bere. Così chiudono i locali storici

«Serrande abbassate, pioggia sulle insegne delle notti andate». Finirà così, come in una canzone di Paolo Conte, la Milano da bere? Riuscirà il coronavirus a spegnere quella voglia un po' ingenua di aperitivi e chiacchiere che è sopravvissuta agli anni di piombo e a Tangentopoli? Un bilancio è presto per farlo. Ma i primi segnai dopo la fine de lockdown dicono che nulla sarà più lo stesso, e che l'epoca dorata dei Negroni giusti e sbagliati sbiadirà come tutte le cose belle. Perché c'è chi ha già chiuso per sempre, chi sta ancora pensando al da farsi. Chi invece ha deciso di tenere duro sarà segnato nell'anima e nel portafoglio dalle nuove regole. Mai più pigiati al bancone sventolando il cetriolino infilzato e litigando su Corso e Rivera, addio sfilate interminabili di cibarie da assaltare. Distanziamento sociale, affinché insieme alle idee e alle olive non viaggino anche i droplet del virus.

Il segnale che alcune ferite erano letali lo ha dato un mesetto fa, quando la cappa del lockdown era ancora ferrea, l'Anny, il bar di via De Togni dove generazioni di studenti della Cattolica hanno festeggiato le loro lauree: «Tra due anni sarebbe comunque scaduto il contratto di locazione. E adesso non me la sento di riaprire a queste condizioni. Ho 70 anni, è arrivato il momento di ritirarmi», spiegò Antonio Capparrotta, il barista. Ma la botta più dolorosa, per una fetta di Milano nottambula e coriacea, è arrivata ieri l'altro, quando a dare l'addio per sempre ai suoi habituè è stato Rattazzo, il bar più sincero di tutta Porta Ticinese: il vecchio Piero Rattazzo era morto cinque mesi fa: «Purtroppo o per fortuna - scrive ora la figlia -, perché in un periodo come questo il suo animo non avrebbe retto».

Ci sono quelli che aspettano gli eventi, che non hanno ancora rialzato la saracinesca perché ancora non sanno bene come sarà la loro nuova vita: fino a ieri era chiuso il Bar Basso, dove il Negroni sbagliato venne creato nel fatidico '68; idem per il Trottoir di piazza XXIV Maggio, dove il giallista Andrea Pinketts ruminava trame e sbornie. Chiusi pub leggendari come l'Harp, davanti a un Politecnico oggi deserto, o il Mulligan di via Govone.

Sono locali che da sempre vivono soprattutto di bevute all'inpiedi, tra pacche sulle spalle e bicchieri portati fuori per fumare in pace. E che sa il Cielo come si riadatteranno alla pigrizia del servizio al tavolo, roba considerata finora un po' da senescenti; o alla lontananza forzata che costringe a parlare a voce alta, a rinunciare alla magia del bisbiglio, del sussurro. E la svolta più malinconica di tutte è in fondo quella di Gattullo, il bar di Porta Lodovica che ospitò l'ultima vera stagione della creatività milanese, quella dei Gaber, dei Viola, degli Jannacci. Gli interminabili aperitivi da Gattullo, con l'arrembaggio a ondate ai vassoi degli stuzzichini, erano la porta d'entrata alle nottate di quei cantastorie. Beh, adesso Gattullo ha riaperto: ma abbassa la serranda alle cinque di pomeriggio, quando l'ora dell'aperitivo è ancora lontana.

In Galleria Vittorio Emanuele, c'è chi osa e chi aspetta: riapre Cracco ma non il Savini, il Camparino ma non il Motta. Ma qui più delle ordinanze anti-movida pesa la sparizione - si spera provvisoria - dei turisti russi e giapponesi, che del «Salotto buono» erano da tempo gli unici frequentatori. La lacerazione vera, e forse irreparabile, nella vita della metropoli è un'altra: la serrata delle discoteche, che della Milano da bere erano l'altro grande pilastro. Chiusi tutti quanti, Hollywood, Old Fashion, Just Cavalli, buio sui privè resi celebri da Lapo e da Corona. Per disperazione, hanno chiesto alla Regione di riciclarsi in bar, per attenuare la pressione della movida sulle strade. Ma sarà dura.

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