Padre Giuseppe Pagano, agostiniano, amico da oltre 40 anni di Papa Leone XIV, che bilancio fa del primo anno di pontificato di Robert Prevost?
"Direi molto positivo, sta facendo molto bene, anche in continuità con papa Francesco. Oggi lo vediamo anche più sciolto, ha iniziato a compiere viaggi importanti e sta proponendo contenuti molto profondi. Devo ammettere che a volte, però, vivo questo pontificato con preoccupazione".
In che senso?
"Perché Leone XIV ha una responsabilità grande ed è facile essere strumentalizzati. Ma lui ha una caratteristica: è un animo puro, non ha mai avuto secondi fini, la sua priorità in questo momento è di guidare la Chiesa nell'unità e invitare tutto il mondo, tutti i governanti, alla fratellanza".
Forse questo primo anno è stato un po' di riflessione. È d'accordo?
"Lui non è una persona che parla molto, ma non perché sia timido, ma perché è riservato ed è una persona che lascia parlare di più gli altri, per riflettere su ciò che gli viene detto. Questo è un elemento che lo caratterizza e che credo sarà la sua forza".
Commentatori da tutto il mondo lo hanno definito "Il Papa della pace". Nonostante ciò ha subito attacchi verbali dal presidente americano Trump...
"Lui non ama entrare in questioni politiche, non lo ha mai fatto. Predica soltanto il Vangelo e sappiamo che questo può risultare scomodo. Ma se viene accusato di qualcosa che va contro i principi cristiani, ovviamente si sente in dovere di rispondere, anche al presidente Trump, perché la verità possa sempre trionfare. Gesù nel Vangelo, infatti, ci dice che la Verità ci farà liberi".
A proposito di pace, nel 1984 avete partecipato insieme a una manifestazione a Roma, ci può raccontare?
"Era una grande manifestazione, c'era tantissima gente. Noi due, insieme ad altri confratelli, abbiamo partecipato portando un cartellone: Agostiniani per la pace. Eravamo giovani e proprio l'amicizia che ci legava ci ha convinti a partecipare. Ricordo anche con simpatia che ricevemmo anche un richiamo dal Vaticano: qualcuno chiamò il nostro priore per dire che non era opportuno che partecipassimo. Ma la cosa non ci toccò più di tanto, perché per noi era importante manifestare per la pace come agostiniani e far sentire la nostra presenza".
Lei si può definire un amico del Papa?
"Credo di sì, perché ci siamo conosciuti nel 1982 a Roma, nel collegio di Santa Monica, lui è più grande di me di cinque anni e da allora non abbiamo mai perso i contatti. Abbiamo trascorso bei momenti, in confidenza, affrontando temi seri ma anche momenti più leggeri come tante gite fuori Roma. Le cose, insomma, ce le diciamo in faccia".
Riuscite ancora a sentirvi?
"Prima che diventasse papa ovviamente era più semplice farsi una telefonata o incontrarsi. Adesso è diventato più difficile, ma è normale. La frequentazione rimane magari attraverso qualche messaggio o qualche visita. E posso dire che la persona è sempre la stessa: una persona a cui piace scherzare, parlare di sport, sfotterci per le squadre reciproche, lui la Roma e io il Milan. Anche i contenuti che trasmette oggi a tutta la Chiesa, sono i contenuti in cui lui credeva molto anche da giovane".
C'è un'immagine della vostra amicizia che le scalda ancora oggi il cuore?
"Il desiderio di dialogare, di passeggiare insieme, di sapersi confrontare. Questo è un aspetto del nostro rapporto che mi porto nel cuore e che mi manca. Qualche volta per scherzo gli dico: Dai andiamo insieme allo stadio, ti camuffi un po', andiamo a mangiare la pizza e bere una birra".
E lui cosa le risponde?
"Mi dice: Va bene, certo!. Ci si prende in giro a vicenda, chiaro. Sappiamo che non è una cosa che sarà più possibile.
Cosa dobbiamo aspettarci da questo pontificato?
"Una volta ho parlato con lui di questo aspetto e mi ha detto: Tutti vogliono sapere cosa succederà prossimamente e ridevamo.
Secondo me non è una risposta facile, perché sembra quasi che gli vogliamo un po' tracciare il cammino. Io credo che svilupperà molti temi a cui tiene molto, come l'unità, la comunione, la conversione e l'attenzione ai poveri".